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CORTI PER DAVVERO!

Ora io sono un sostenitore del libro elettronico e sono sicuro che il libro cartaceo scomparirà, non so quando, ma sono certo che accadrà. Il libro di carta sarà domani una cosa come la penna stilografica oggi, usata solo da alcuni romantici appassionati. Lo so che molti di voi non sono d’accordo con me e anzi sostengono la insostituibilità del caro vecchio, odoroso libro di carta, compagno di tanti sogni e di tante letture.

Va bene dico io ma allora trattatelo bene, non prendetelo mica in giro, il libro di carta. Se volete che sopravviva e anzi abbia una nuova stagione di successo, allora, per favore non fate scempio di esso.

Per esempio i CORTIDICARTA, del Corriere: un nome da Zelig e un prezzo da ipermercato, 2,99 euro, come i pomodori da insalata, per confezionare un oggetto che dovrebbe servire alla lettura sotto l’ombrellone.

Ora, mi domando, ma quanto ci sta una persona sotto l’ombrellone e per quanti giorni? Diciamo due orette al dì per una quindicina di giorni? Bene allora di cortidicarta se ne porti una sessantina. Sì perché per leggere un cortodicarta ci vuole mezzora, un’oretta per i lettori lenti, non di più.

Non ci credete? Io ho fatto la prova con quello di Carlo Lucarelli: 37.000 battute circa, una volta e mezzo un bianciardino lunghetto (tipo La mamma maestra, che di battute ne ha solo 25.000).

E dire che il cortodicarta di Lucarelli ha ben 64 pagine, come quello successivo, di Milena Agus. Sì ma le pagine buone, quelle da leggere insomma e non solo da sfogliare sono, nel caso della Agus, solo 48, le altre sono titolo, biografia, e bianche. E il corpo del carattere è mostruosamente grande, sarà 16, se non 18, mi si dirà per leggere senza occhiali, sotto l’ombrellone, appunto!

Eh però 2,99 euro sono quasi le vecchie e care seimila lire, con le quali si comprava un libro vero, o no? Accidenti alla cultura popolare, vorrei dire.

Insomma anche in questo caso state attenti, vi stanno propinando un prodotto di basso contenuto culturale, gonfiato fino all’esasperazione, per farlo diventare un oggetto abbastanza ingombrante e pesante, da vendervelo poi a “solo” 2,99 euro.

Dice, ma parli solo dell’aspetto fisico tu, quello che conta sono i contenuti!

Allora, fino ad adesso ho parlato di dati oggettivi, misurabili, inconfutabili e ne traggo la conclusione che materialmente i cortidicarta costano troppo.

Non volevo venire al contenuto, perché la situazione peggiora.

Io non sono riuscito a finire Lucarelli, perché l’indignazione me lo ha impedito. Ma ditemi la vostra opinione, può darsi che mi sbagli.

Invece, facendomi coraggio ho terminato in mezzora il libro della Agus, che si chiama Il vicino. Mi ci è voluta mezzora perchè l’ho dovuto leggere, paragrafo per paragrafo, due volte, per cercare di capire cosa c’era scritto.

Mio giudizio: non vale nulla, anzi peggio, valore negativo, un racconto così non doveva essere scritto. Però è solo la mia opinione, ditemi la vostra.

Faccio solo notare che ci sono delle regole grammaticali e sintattiche che dovrebbero essere rispettate.

E’ vero, ma è l’ora di infrangerle, queste regole ottocentesche, creare la propria antisintassi! Però se uno, o una lo vuol davvero infrangere, lo faccia , se ne è capace, mostrando genio e creatività, altrimenti il lettore potrebbe anche pensare male!

INTANTO UN’ASPIRINA

Insomma se uno vuole proprio pubblicare a pagamento, almeno scelga la forma meno costosa e quella che dia, nei limiti del possibile, la maggior speranza di diffusione del proprio capolavoro.

Più o meno dicevo questo, quando, qualche settimana fa, il gruppo Espresso-Repubblica lanciò l’iniziativa ilmiolibro.it.

E l’altro giorno proprio su Repubblica è apparso un articolo-resoconto dell’iniziativa. In nemmeno due mesi di attività sono stati “pubblicati” 1600 libri, ma attenzione, i volumi stampati sono stati circa 8000. Che cosa vuol dire ciò? Vuol dire chiaramente che sono stati stampate in media cinque copie per ciascun titolo.

E qui sta il punto: chi ha scritto un libro e non trova un grosso o medio editore che glielo pubblichi (non a pagamento, perché per quello ha solo l’imbarazzo della scelta), tutto sommato ha bisogno per sé stesso di non più di cinque o dieci copie del libro; le rimanenti spera che siano vendute da qualcuno e in qualche modo e che a lui arrivino prima o poi, (ma non è questa la cosa più importante), i diritti d’autore.

Ora con i normali ( si fa per dire) editori a pagamento la cosa è un po’ differente: bisogna acquistare un certo numero di copie, ad un certo prezzo di copertina: l’importante è che l’editore realizzi una cifra dai 1500 euro in su. E il nostro autore si ritrova in casa almeno cento o duecento copie del suo libro, che non sa dove mettere e che prima o poi cominciano a diventargli antipatiche e che, per liberarsene, finirà con il regalare non solo a parenti ed amici, ma a tutti i malcapitati che si imbatteranno in lui.

Invece, se fate la prova con il sito di Repubblica, vedrete che si possono avere dieci copie del proprio libro a una cifra ragionevolissima, settanta euro, insomma una cena al ristorante per due, scegliendo accortamente il ristorante.

E al limite, ma rischia di essere un po’ kafkiano, uno si può comprare una sola copia del proprio libro, a sette euro!

Poi la distribuzione: beh, qui non è un gran che, bisogna ammetterlo, ma d’altronde, a mio parere, un po’ meglio della vetrina internet di cui parlano gli editori a pagamento. in questo caso la vetrina è quella di Repubblica e la risonanza e la pubblicità che inevitabilmente produce potrebbe alla fine scatenare il miracolo, e far trovare al neo scrittore un suo pubblico, magari non vastissimo, ma sempre gradito.

Lo so benissimo, non è questo quello per cui ci battiamo, non è così che si fa cultura popolare, non è questo quello che vogliamo, ma insomma: il livello di contagio dell’editoria a pagamento è drammaticamente alto e qualcosa di immediato bisogna fare, diffondere un antidoto, un antibiotico, qualcosa che faccia perlomeno abbassare la febbre. Ecco ilmiolibro.it di Repubblica è forse poco più di un’aspirina, ma qualcosa di immediato sta facendo. Poi bisogna senz’altro stroncare l’epidemia.

BIANCIARDINI PER IL BURKINA

Luciano Bianciardi, nel 1952, caricava i libri della biblioteca di Grosseto, della quale era direttore, anzi, conservatore, e li portava nelle campagne e nelle miniere del grossetano per darli in lettura a contadini e minatori che non sarebbero mai andati a chiederli alla biblioteca. Se la persona non cerca il libro, è il libro che deve cercare il lettore: almeno lui pensava che dovesse essere così, la vera cultura popolare.

Dopo quasi sessant’anni abbiamo scoperto, grazie ad un amico, che un bibliobus è ancora in funzione, non a Grosseto, ma nel Burkina Faso, uno stato africano con tanti problemi ed in più anche quello dell’analfabetismo e della scarsa diffusione della cultura. Lo portano in giro questo bibliobus, alcuni volontari di una associazione locale Organe- B, che in tal modo cercano di insegnare ai bambini la conoscenza del francese. E una grande organizzazione umanitaria Terre des hommes Italia, di cui il nostro amico, Gian Andrea Rolla, è il delegato in Burkina cerca di dar loro una mano.

Quando abbiamo incontrato Gian, all’ultimo festival di Pitigliano, è scoccata la scintilla: perché non realizzare una serie di bianciardini in francese proprio per il bBurkina Faso?

E così oggi abbiamo consegnato a Terre des hommes Italia un grosso quantitativo di bianciardini che saranno caricati su quel bibliobus e distribuiti ai bambini del Burkina che si fermeranno a leggerli sotto un albero, magari a piedi nudi.

Sono quattro racconti di scrittori esordienti o quasi del Burkina e parlano tutti di argomenti e di problemi locali. Problemi grossi, spaventosi, soprattutto per chi, come molti di noi credono che i problemi più grossi siano la salvaguardia della privacy nelle intercettazioni telefoniche o la scelta dell’allenatore della nazionale. Beati loro mi verrebbe da dire - non fosse un pensiero idiota - beati loro che almeno hanno dei problemi veri!

Come sempre chi li volesse scaricare può già farlo, e chi li volesse ricevere in carta, non ha che da dircelo.

Il prezzo, lo sapete, è sempre di un centesimo di euro (almeno!)

L’ARTE DELLA GIOIA E LE BUGIE

Adesso che L’arte della gioia di GoliardaSapienza è finito, per volontà di Angelo Maria Pellegrino, erede della scrittrice, sotto le grinfie di un grosso e tronfio editore, solo adesso se n’è accorta “La Repubblica”.

S’è accorta “La Repubblica” che il romanzo non solo esiste ma è pubblicato anche in Italia. Aveva fatto finta di nulla negli scorsi dieci anni, quelli della edizione nostra, di Stampa Alternativa.

E invece oggi eccoti un intero paginone, a firma di Daria Galateria sul libro di Goliarda. E in quel bel paginone eccoti anche una frecciata, una stoccata a Stampa Alterantiva, ispirata credo da Angelo Maria Pellegrino: la prima edizione de L’arte della gioia è stata un’edizione a pagamento, pagata, si sottintende ,da lui.

Bella palata di merda per Stampa Alternativa, che fa la figura di una casa editrice a pagamento, come quelle e sono tante, contro le quali io non ho mai cessato di battagliare, anche a costo di querele.

Non è la verità. Assolutamente no.

Torniamo indietro nel tempo, a circa quindci anni fa, quando Pellegrino mi porta il manoscritto del libro, del librone anzi , quasi ottocento cartelle dattiloscritte.

Immediatamente mi rendo conto che si tratta di un grande, grandissimo romanzo e faccio subito un Millelire con il primo capitolo. Anzi un “Millelire più”, poiché anche il primo capitolo è lunghissimo, inaugurando per Goliarda una nuova collana.

Poi parlo con Pellegrino e gli chiedo di fornirmi il testo integrale del rlibro in formato elettronico, cioè su floppy, come ormai facevano tutti gli autori.

Pellegrino non sa a chi rivolgersi e mi chiede allora di occuparmene io, e lui avrebbe pagato i costi della ribattitura.

Così è stato, e Pellegrino pagò circa 5 milioni, poco meno del 40% delle spese tipografiche, più di dodici milioni, senza considerare il costo dell’editing e le spese generali di impresa.

Ma questo non c’è scritto nell’articolo.

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Non è finita qui: il libro vide la luce che Goliarda non c’era più, e fu un successo. Man mano che le vendite procedevano e che la casa editrice intascava i ricavi, l’intero contributo di Pellegrino gli fu totalmente rimborsato, tramite i diritti d’autore, che assommano a tutt’oggi a molte migliaia di euro, ben oltre i cinque milioni per la composizione. Tutti i conti verranno presto alla luce!

Non è ancora finita: successivamente Pellegrino ha pubblicato da noi un suo libro Piombo felicissimo, per il quale egli mi offrì un contributo, ma lo rifiutai, il contributo. Non ce ne erano i motivi, il libro era stato consegnato in formato elettronico e non c’erano spese straordinarie.

Ed anche di questo non si parla, nell’articolo.

Insomma tutto quello che il signor Pellegrino ha pagato sono state le spese di conversione del manoscritto a formato elettronico, allineandosi in tal modo a quanto fanno tutti gli autori di Stampa Alternativa, che non devono pagare un centesimo. Però non chiedeteci anche di comporre il vostro libro al computer, questo non ce lo possiamo permettere!

Se potessimo spendere quei soldi, preferiremo farci un po’ di pubblicità sui giornaloni che così sarebbero costretti ad ospitare anche qualche recensione dei nostri libri, che invece si guardano bene dal fare!

Ho molto apprezzato Goliarda. Mi sento di dire che l’ho amata per quel suo spiritaccio, per la generosità, per la solarità oltre che, naturalmente, come scrittrice ineguagliata.

Non nego di avere stimato Pellegrino, anche per le sue curatele e collaborazioni, a volte generose a volte interessate.

Una stima, alla luce di questo episodio, immeritata, oggi mi accorgo.

L’ultima cosa che Goliarda meritava, secondo me, da morta, era quella di avere come curatore ereditario-letterario l’uomo delle mezze verità: Angelo Maria Pellegrino.

Marcello Baraghini

LA CASA EDITRICE KIMERIK

La Casa Editrice Kimerik

Non siamo semplici stampatori, certo, non siamo Mondatori, ma siamo.

Non siamo editori a pagamento, ma siamo.

Le parole hanno sempre un significato, e noi siamo: Casa Editrice e non semplici editori. Casa come luogo che accoglie e propone;

Editori di energia propulsiva, di idee e contenuti.

Per fare tutto ciò dovevamo andare oltre la semplice stampa e ci avviamo determinati verso strade sempre nuove.

Ecco che il percorso si avvia, un lavoro continuo con il nostro ufficio stampa che non smette mai di segnalare iniziative e news.

Partecipiamo ai concorsi, realizziamo per i nostri Autori eventi e presentazioni, ci occupiamo del progetto d’assieme, ma curiamo anche la stampa di inviti e locandine.

Noi siamo dentro queste azioni, orgogliosamente vicini ai nostri autori, siamo motore e meccanici.

Oggi c’è una sorta di tiro al bersaglio: indistintamente si accomunano falsi editori e case editrici serie.

Si tende a generalizzare e suddividere per categoria, la cosa non mi sorprende, ma mi preoccupa.

Non siamo tutti uguali, non siamo tutti gli stessi. Noi siamo orgogliosamente diversi. Siamo dietro la trincea, anzi, dentro la trincea della distribuzione.

Il mercato è difficile,  e un editore si deve confrontare necessariamente con la distribuzione per capire fin dove arriva. Cosa abbiamo fatto? Abbiamo usato i nuovi media e creato un servizio di distribuzione per noi e per altri editori. Tutto questo per essere coerenti. Ecco perché mi ribello a chi spalma giudizi senza sapere. Abbiamo dato alle stampe una rivista culturale, organizziamo caffé letterari, non ci siamo mai fermati e in un mondo che gira con i soldi abbiamo dato la priorità alla correttezza ed alle azioni.

Ma cosa siamo allora? Potrei dire che siamo due cose, parlando per schema: motore di energia e meccanici della parola, o forse sarebbe giusto dire che siamo semplicemente noi stessi.

Siamo qui per i nostri libri per i nostri autori, siamo qui per chi ha creduto in noi, la voglia di essere al fianco dei nostri autori è uno stimolo ed una marcia in più. Una Casa Editrice moderna che presta grande attenzione ai nuovi media, che sa ascoltare i propri lettori, ma che non dimentica che un libro è un fruscio antico di pagine. Distribuzione tradizionale (nelle librerie) e forte presenza anche sul Web (infatti le opere pubblicate dei nostri Autori hanno anche un mercato on line supportato da un commercio elettronico dinamico e sicuro), fanno della Kimerik un’azienda con una grande propulsione espansiva (500 pubblicazioni in attivo e una frequenza di stampa tra le più alte in Italia).

Quello che sta succedendo ci onora e ci impegna ad essere ancora di più Editori, essere cioè: motore di energia e meccanici della parola.

Non so se è poco e non so se basterà a definire cos’è la Casa Editrice Kimerik, ma mi piace pensare che i più attenti capiranno cosa siamo. Ribadisco, certo non siamo Mondatori, ma chi l’ha detto che Mondatori è migliore di noi?

Kimerik

I TESTI CHE CERCHIAMO

Cerchiamo testi che pur nella loro brevità siano esempi di grande letteratura, di quella scrittura che lascia il segno, perché fatta di contenuti, ma anche di sangue e passione. Se vi state chiedendo come si riconosce un testo che abbia queste caratteristiche, eccone uno: vi trascrivo solo l’incipit:

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Prima di morire, i pesci ornamentali nuotano sul fianco per qualche ora, si capovolgono, affondano nell’acqua bassa per poi tornare a galla. Avevo un pesciolino rosso che ha agonizzato così per un giorno intero, finché verso il tramonto si è inabissato, gli occhi sbarrati e il corpo contorto a punto interro­gativo.

Con un bicchiere di plastica ho pescato il cada­vere. Con il bicchiere sono andata fino in cucina e ho versato cautamente l’acqua nel lavabo. Ho deposto il pesce sul marmo nero, e con un pugnale ho comin­ciato a tranciarlo. Il bastardo mi scivolava continua­mente sul marmo, ero costretta ad agguantarlo per la coda per rimetterlo sul luogo del delitto. Più o me­no due ore e mezza ho armeggiato su quel pesce, fin­ché il suo corpo si è ridotto a piccole strisce spesse po­chi millimetri.

Allora ho guardato quei brandelli. In tempi molto anti­chi, in terra di Canaan, i pii avi sacrificavano a Dio be­stie ben più grandi di questa. Quando tranciavano il corpo dell’agnello, gliene restavano fra le mani pezzi grandi, consistenti, grondanti del sangue di un patto di sangue.

Ho aromatizzato i filetti del pesce rosso, me ne so­no messo uno sul dito, ho acceso un fiammifero e ho accostato la fiamma alla carne tanto da scottarla un pochino, anche il mio dito cominciava a odorare di bistecca. Poi ho piegato la testa all’indietro, ho spalan­cato la bocca e ho lasciato cascare dritta nel mio siste­ma digerente la prima fettina di pesce.

E così ho fatto con tutti gli altri pezzetti del pesce; una volta finito mi sono seduta a guardare la mia ca­gna moribonda, una cockerina di quattordici anni colta da insufficienza cardiaca. Per quindici giorni sono rimasta in poltrona a guardarla, la lingua secca penzoloni, il re­spiro affannoso, gli occhi sempre più spenti.

Per quei quindici giorni le ho dato da mangiare e da bere, e ovviamente anche delle medicine. Non ha quasi mangiato né bevuto, le medicine le ha vomitate. Le ho attaccato una fleboclisi in cui avevo iniettato le medicine, la cosa è servita.

Mi è dispiaciuto di non aver fatto una fleboclisi an­che al pesce, ma non più di tanto, perché in effetti credo sia impossibile trovare la vena in un pesce orna­mentale così piccolo. A dire il vero, credo sia impossi­bile trovare la vena in qualunque pesce, persino nella carpa.

Alla fine dei quindici giorni di agonia della mia ca­gna, quando ormai non mangiava più niente, non beveva, e i farmaci non avevano più alcun effetto – mi sono rasse­gnata ad aprire l’armadietto delle medicine e le ho preparato l’iniezione di anestetico da cui non si sareb­be più svegliata.

Le sono andata vicino, l’ho accarezzata. Mi ha lec­cato le dita con la sua lingua lacera, piagata. Mi ha leccato il viso, le sue ferite mi raschiavano la pelle, ma non ci ho badato troppo.

L’ho deposta sul mio tavolo da lavoro, mormoran­do al suo indirizzo dolci paroline, accarez­zandole la testa rossiccia con una mano, con l’altra te­nendo la siringa.

Ancor prima che finissi l’iniezione – la mia cagna ha chiuso gli occhi ed è sprofondata nel sonno. L’ho accarezzata, le ho tolto il collare, con tutte le meda­gliette metalliche dei vaccini, che portava inciso il mio indirizzo e ‘Lauta ricompensa a chi la riporta’. Seduta sul mio sgabello tondo, ho guardato la mia grassa cagna, chiedendomi quanto tempo dopo l’iniezione la morte avrebbe rimpiazzato il sonno, e come avveniva questo cam­bio della guardia.

I respiri del mio animale da compagnia diventava­no sempre più grevi, profondi, pregnanti. Ogni respi­ro sosteneva di essere l’ultimo, ma ogni volta ne arri­vava un altro dopo, a rubare il titolo. Finché… ecco fatto. La cagna ha concluso la sua carriera.

Avete sentito qualcosa prendervi lo stomaco e tirarvelo giù? Avete provato malessere, disturbo, sconvolgimento e insieme attrazione verso quel testo, quella storia, quel modo di scrivere? State desiderando di andare avanti, di leggervelo tutto quel testo, anche se siete sicuri che vi farà ancora più male?

Ecco, per i bianciardini cerchiamo testi di questo tipo..

Ettore Bianciardi.

P.S. Il testo è tratto da Dolly City di Orly Castel Bloom.

AAAAA: CACCIATORI DI TESTI CERCANSI!

Possiamo dire che i bianciardini entrano nella fase della maturità. Il numero 0 è stato una prova, volevamo vedere se c’era gente che condivideva la nostra idea di cultura popolare, che parte dall’opera di Luciano Bianciardi. La risposta è stata entusiastica. Poi abbiamo pubblicato la prima serie di quattro bianciardini, tutti di Bianciardi. Abbiamo verificato che la stessa gente ci seguiva. Poi abbiamo cambiato autore e ne abbiamo scelto uno difficile, problematico, discusso, come Leo Longanesi: libertario, anarchico, contestatore, ma con un imprinting di destra e addirittura legato, almeno all’inizio, all’utopia fascista. E ci avete seguito anche qui.

Adesso apriamo la caccia alla nostra maniera. Abbiamo già in catalogo autori importanti e altri bianciardini sono in preparazione, ma a questo punto ci serve il vostro aiuto.

Cerchiamo CACCIATORI DI TESTI. Cerchiamo cioè complici orgogliosi che vogliano non solo partecipare come lettori, promotori e distributori dei bianciardini, ma che possano anche agire come redattori dei bianciardini, per collaborare con noi a scovare nuovi testi  da proporre ai lettori.

Cerchiamo testi che pur nella loro brevità (fino adesso siamo andati dalle 9000 alle 25000 battute) siano esempi di grande letteratura, di quella scrittura che lascia il segno, perché fatta di contenuti, ma anche di sangue e passione. Se desiderate un test facile, eccolo: vogliamo testi che sarebbero piaciuti a Luciano Bianciardi.

Un altra caratteristica:devono essere sconosciuti o passati nel dimenticatoio, perché pubblicati in riviste scomparse o  perché di quell’autore si è perso il ricordo, se non proprio di lui, di qualcuna delle sue opere.

Benvenute allora le vostre segnalazioni. Inviatele  all’email:

redazione@riaprireilfuoco.org.

P.S.: evitate di mandare il vostro racconto, il vostro romanzo, le vostre poesie. Per il momento i bianciardini non pubblicano inediti contemporanei.

Ma ci sarà tempo anche per questi: tra qualche giorno ne saprete di più.

Marcello Baraghini e Ettore Bianciardi

NUOVA EDITORIA A PAGAMENTO

Adesso ce l’abbiamo anche in Italia. Ed il fatto che un grosso gruppo editoriale come La Repubblica–Espresso se ne sia interessato vuol proprio dire che c’è da sguazzarci dentro allegramente.

Si parla, ancora una volta di editoria, e al giorno d’oggi in Italia editoria vuol dire soprattutto editoria a pagamento. Basta fare un giro per gli stand della Fiera di Torino e calcolare quanti sono gli editori a pagamento sul totale degli editori presenti: viene fuori una percentuale superiore al 90%. Così stanno le cose e la colpa non è tanto degli editori a pagamento, ma degli scrittori a pagamento che gli portano i loro soldini.

Adesso c’è questo nuovo sito: www.ilmiolibro.it , che ripete l’esperienza di www.lulu.com, e perlomeno garantisce un costo contenuto ai sedicenti scrittori. Sì dico sedicenti, perchè ritengo che scrittore sia definibile solo colui che riesce a trovare un editore vero disposto a scommettere su di lui: in tal modo potrà dire che ha trovato qualcuno che lo considera scrittore, gli altri possono portare tutti i loro risparmi agli editori a pagamento, ma non sapranno mai quanto valgono: è triste ma è così.

Ilmiolibro si basa su una formula molto semplice: è dichiaratamente editoria a pagamento e tu puoi calcolarti da solo in tempo reale quanto ti costeranno le copie del tuo libro. Poi invii il tuo testo elettronicamente al sito (Nota bene: nessuno lo leggerà e ti darà il proprio giudizio) e in pochi giorni riceverai le tue copie al prezzo pattuito. Ho fatto una prova per un libro di centosessanta pagine, costa circa sette euro a copia. Non mi pare che il costo differisca tra una copia e mille copie, e questo sinceramente mi pare strano.

Ma c’è di più: vuoi anche che il tuo libro sia commercializzato su internet? non hai che da chiederlo, anzi puoi stabilire tu il prezzo di vendita. In questo caso l’organizzazione si tiene una percentuale, modesta bisogna ammetterlo, il 20%, ma non del prezzo d icopertina, ma solo della differenza tra prezzo di copertina e costo della stampa. Insomma il sito trattiene il 20% del tuo guadagno e questo solo nel caso fortunato che tu venda qualche copia.

Dobbiamo ammetterlo con franchezza: è molto, molto più onesto e molto, molto più promettennte dal punto di vista della promozione di quanto offerto normalmente dalle case editrici a pagamento.

Chissà se prenderà piede in Italia? Non lo so, se Repubblica vi ha investito, probabilmente ci saranno buone prospettive, ma io rimango scettico e sapete il perchè?.

Perchè in questo caso sarà chiaro a tutti che lo scrittore ha pagato per pubblicare il proprio libro e non so se molti accetteranno di dichiararlo così pubblicamente. Tra le pieghe dei nomi fantasiosi e delle sigle sognanti dell’editoria a pagamento invece chiunque può nascondere la propria irrefrenabile voglia di vedersi pubblicato, anche a costo di pagarla salata quella voglia lì, a patto però che nessuno lo sappia, altrimenti sai che figura!

Ettore Bianciardi

CHE FIERA CHE C’E'!

Io, turandomi ben bene il naso, domenica vado alla Fiera del libro di Torino.

Il Lingotto-suk dove basta pagare per vendere qualsiasi cosa oltre ai libri. Il Lingotto che consente a centinaia e centinaia di editori a pagamento (ma che editori, a esser buoni stampatori, tutt’al più!) di beccare altri polli da spennare, affittando allo scopo anche sale e salette per far sfilare i polli arrostiti che ci son già cascati davanti alle loro mamme, papà, zie e fidanzate.

Ma c’è anche il Lingotto che ospiterà l’incontro con Orly Castel Bloom, la scrittrice israeliana tanto formidabile per stile e contenuto, quanto critica nei confronti del potere. Di lei ho appena pubblicato “Dolly City” (leggetelo, leggetelo per capire cosa significhi la letteratura con sangue a confronto di quella esangue dei bamboccioni italiani alla Baricco).

C’è anche il Lingotto che ospiterà estimatori e compagni di Peppino Impastato a ricordare, riproponendola oggi, cosa significhi fare controinformazione e satira fino a venirne uccisi, come successe a lui trent’anni fa. Anche di lui ho pubblicato le registrazioni delle otto trasmissioni a Radio Aut in DVD con i testi, in dialetto ed in italiano.

E c’è anche il Lingotto che ospiterà Antonella Beccaria ed il suo “Uno bianca e trame nere”, e Beppe Lopez con la “Casta dei giornali” che tanto scompiglio ha portato nei palazzi dell’informazione di regime.

Questi quattro appuntamenti sono segnalati sul sito di Stampa Alternativa e su quello della Fiera. In questo modo crediamo di spruzzar e bagliori di originalità e criticità tra tanta spazzatura editoriale e culturale, tipo quella dei succitati stampatori a pagamento. Bagliori che ci rendono così diversi, distanti e tanto odiati dal regime cultural-editoriale.

Ma al Lingotto ci sarò anche (e forse soprattutto, lo confesso) per parlare con chi vorrà dei Bianciardini, i libri che costano un centesimo e si propongono una rivoluzione permanente che avrebbe sicuramente fatto Luciano Bianciardi, se non fosse stato stroncato dall’amarezza e dalla disillusione. Io, Ettore e tanti ma tanti che ogni giorno si aggiungono a noi, vogliamo continuare la sua rivoluzione.

Sarò lì dunque, vicino allo stand di Stampa Alternativa, a caccia di nuovi complici, tutta la giornata di domenica.

Marcello Baraghini

P.S. Ci siete stati voi alla Fiera? Perchè non ci raccontate?

BENVENUTI SCRITTORI D’ISRAELE!

Viva gli scrittori ebrei! E benvenuti alla Fiera del libro di Torino!

E tutti quelli che si mettono in fila per boicottarli, per favore li leggano.

E li leggano anche tutti coloro, e sono milioni, che in Italia sognano di pubblicare il loro libro, e per questo ingrassano gli editori a pagamento, che sono il 95% degli espositori di Torino. Leggano i libri degl iscrittori ebrei e si convinceranno che non sanno scrivere, al loro confronto, e possono risparmiare i soldi che danno agli editori a pagamento, che in questo modo il prossimo anno non continueranno ad immalinconire con la loro  mefitica presenza la Fiera del Libro, che tornerà ad essere tale e non la fiera del libro  a pagamento, come è adesso, più o meno.

Tanto per cominciare.

Ma mi volete spiegare perchè boicottate gli scrittori ebrei?

Perchè alcuni di loro risiedono nello stato di Israele e questo Stato non vi piace? Se è per quello non piace neanche a me. E non perchè non sia democratico, perchè è più democratico dell’Italia dove non ci fanno fare  i referendum, ma ci obbligano a  mantenere i giornali; non perchè sia guerrafondaio, perchè non lo è, ma perchè è uno Stato che dimentica a tratti l’ebraismo e diviene violento e gestisce il problema palestinese in modo che peggio non si può.

Va bene, ma per questo non leggiamo gli scrittori ebrei, e non vogliamo che vengano in Italia? Bene, con  lo stesso criterio non leggiamo allora Hemingway, Kerouac, Stephen King  e compagnia, perchè esponenti di un Paese guerrafondaio che vuole essere il poliziotto del pianeta!

E mettiamo al bando gli scrittori tedeschi, i padri dei quali hanno covato il nazismo, Gunther Grass, per esempio!

E già che ci siamo non leggiamo gli scrittori italiani, perchè fanno parte di un Paese che ha consegnato il potere politico all’uomo che già detiene il potere mediatico e economico, cosa che non succede da nessun altra parte del mondo!

Per favore! Ringraziamo gli ebrei per tutto quello che hanno dato e stanno dando alla cultura ed alla civiltà umana. Un esempio? Il week-end lo hanno inventato loro, e non ieri l’altro, ma ai tempi dei faraoni! Fosse stato per noi, lavoreremo tutta la settimana (altra invenzione ebraica) e non è detto che in Italia, con i lumi di luna che si prospettano, non si ricominci a farlo!

Ettore Bianciardi