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SPARIAMO AL TRADUTTORE?

 

Il 30 settembre,  era San Gerolamo, il patrono dei traduttori
Primo traduttore della bibbia dal greco e dall’ebraico al latino vissuto intorno al 350. È sotto il suo auspicio, dunque, che proponiamo di aprire un fuoco su questioni laterali alla scrittura. Voglio, per così dire, aizzare il lettore a dare il peggio di sé, a iniziare sparando sul traduttore, come sempre si fa. La sfida vera è invitarvi a farlo dimostrando di essere superiori: ma che cos’è un traduttore e che cosa vi aspettate da lui (lei)? Qual è la sua responsabilità? E che vuol dire essere un bravo traduttore? Ma ci fate mai caso al nome del traduttore quando leggete un libro straniero volto in italiano?

«Io, infatti, non solo ammetto, ma proclamo liberamente che nel tradurre i testi greci, a parte le Sacre Scritture, dove anche l’ordine delle parole è un mistero, non rendo la parola con la parola, ma il senso con il senso. Ho come maestro di questo procedimento Cicerone, che tradusse il Protagora di Platone, l’Economico di Senofonte e le due bellissime orazioni che Eschine e Demostene scrissero l’uno contro l’altro […]. Anche Orazio poi, uomo acuto e dotto, nell’Ars poetica dà questi stessi precetti al traduttore colto: “Non ti curerai di rendere parola per parola, come un traduttore fedele”» (Sofronio Eusepio Girolamo, Epistulae 57, 5, trad. R. Palla)

Comments

Comment from Ivan
Time: 4 Ottobre, 2009, 10:15 am

Questa tirata ha il sapore di una giustificazione di comodo. Girolamo traduceva in latino, devo allora pensare che ἀνήρ lui lo traducesse *homo* e non *vir* ? come ho visto in altri traduttori superficiali delle favole di Esopo, γυνὴ tradotto come *vecchia* (γραυς) e non con il significato che gli voleva dare l’autore che non era quello travisato dal traduttore.

Ma tralasciando il caso della malafede, rimane che oggidì, purtroppo per economizzare si fa una cosa che non si dovrebbe fare: usare per le traduzioni di libri, laureati in lingue. Tradurre libri non è cosa loro (a meno che non siano portati di per sé). Occorre uno che innanzitutto sappia scrivere e poi conosca bene la lingua letteraria sua e quella da cui traduce

Farò il solo esempio di Franco Lucentini: letterato con la passione per le lingue: sua è la traduzione magistrale del racconto di Daniel Keyes: Fiori per Algernon, racconto scritto in uno stile sgrammaticato all’inizio, normale nel mezzo e poi di nuovo sgrammaticato alla fine a simboleggiare l’aumento e poi la perdita dell’intelligenza. I laureati in lingue facciano gli interpreti o si occupino di lingua corrente ché a quella letteraria ci pensano gli uomini di lettere

Comment from gianira
Time: 4 Ottobre, 2009, 11:03 am

a. Non so chi sia l’autore del post, ho comunque da sottolineare la “violenza” -gratuita, ahimè!- del post, in particolare del titolo.
Mi meraviglio del sig. Ettore, da quanto mi risulta sempre pronto a giudicare negativamente le parole, volutamente o involontariamente, violente, gli epiteti non edificanti spesso assegnati a persone e tratte dall’ambito delle disabilità, sempre attento nello scrivere a non offendere nè aggredire i destinatari del messaggio.
b. Sono poi convinta che chi traduce non necessariamaente debba avere conseguito la laurea in lingue, ma, conoscendola e parlandola (quanti laureati in lingua inglese non hanno mai messo piede, per es. in Inghilterra o negli USA, o magari solo per un mesetto o due? Io ne conosco tanti!!!), sappia padroneggiare e gestire la lingua originale del testo, possieda competenza ed abilità di scrittura, conosca bene la propria lingua… Al contrario ci troviamo di fronte a traduzioni spesso veramente penose. E soprattutto, ritengo che anche nella traduzione si debba essere “modesti” , mai presumere di avere capito tutto del testo e del suo autore. Traducendo con consapevolezza e impegno di studio, si migliora. Così io penso. Preciso che non sono traduttrice e mai lo sarò, ma lettrice attenta sì e competente nell’ambito della letterartura.
Saluti.

Comment from Mata Hari
Time: 4 Ottobre, 2009, 9:20 pm

Premettendo che non sono “una addetta del mestiere” ma solo una lettrice!
Se uno ha bisogno di un traduttore, per il greco, il latino o le lingue straniere …. Come fa a dimostrare di essere superiore?

Quindi si trascuri pure il mio commento da “profana”……
Ma mi permetto di scriverlo perché anche chi è del mestiere sa di non essere onnisciente .

Il tema comunque non propone nulla di nuovo…

Era un dubbio anche di Cicerone come fatto notare dall’autore….. il quale ad una traduzione brutta ma fedele ne sceglieva una bella anche se infedele…. Che trasmettesse, che pulsasse, che fosse viva!

Per quanto mi riguarda, un traduttore di libri deve essere per forza essere un “esperto in lingua” , deve sapere tradurre un detto o un modo di dire dalla lingua in cui è scritto il testo, deve avere la capacità di trasmettere il pathos , la carica emotiva e di commozione del testo….

Considerato che i postanti su questo blog sono italiani ( almeno per la maggior parte)faccio notare che considero diverso il caso di una “parafrasi” , ad esempio della Divina Commedia.

Grazie a Donna Cannone per la segnalazione…. Ma è un discorso che non è alla mia portata.
E correrei il rischio di esprimere considerazioni fuori luogo!

Comment from gianira
Time: 5 Ottobre, 2009, 9:55 am

Sig.ra Mata Hari, forse io non ho capito bene le sue parole:”Considerato che i postanti su questo blog sono italiani ( almeno per la maggior parte)faccio notare che considero diverso il caso di una “parafrasi” , ad esempio della Divina Commedia.”. Ovvio che è diversa, rispetto ad una traduzione, l’operazione di parafrasi; e non solo della “Divina Commedia”, ma anche, per es., del “Paradise Lost” di Jh.Milton o di un’opera di Cervantes oppure di un poema omerico! La parafrasi non volge il testo in un’altra lingua, ma vuole esporne il contenuto con parole corrette e proprie, tramite un registro lessicale più accessibile e a scopo esplicativo ( più semplicemente, di fatto è la versione in prosa di un testo poetico -come dicono gli insegnanti di lettere ai ragazzini- o anche di un testo arcaico sintatticamente complesso). E’ comunque un’operazione tecnico-linguistica piuttosto complessa, che non sempre molti studenti sanno compiere adeguatamente ( posso dirlo con certezza, perchè insegnante di lettere e latino di liceo con molta esperienza); essa richiede innanzitutto una costruzione sintattica del testo (da costruzione inversa a diretta), altrimenti poco si capisce.
La traduzione è un atto molto, molto difficile, che esige non solo conoscenze e competenze linguistiche (lingua madre e lingua del testo da tradurre), ma una consapevolezza dei contenuti del testo e dell’autore nonchè grande maturità.
Non so se lei ne è a conoscenza, ma noi insegnanti di latino o greco potremmo scrivere un libro documentato sugli errori -tremendi, spesso buffi e che fanno morire dal ridere!- dei nostri studenti, che pur si sforzano di dare un senso al testo, ma che non viene. Anche i più bravi e abili, a volte, faticano a entrare nel senso di un testo di versione dal latino. ma, si sa, gli studenti si perdonano, perchè debbono imparare e, prima o poi, imparano…, ma chi si presume traduttore abile e competente più volte commette errori pacchiani e imperdonabili: il senso del testo, le parole, i pensieri, le azioni del personaggio vengono spesso malintese e travisate, addirittura si assiste alla tendenza ad italianizzare parole dall’ inglese che nel dizionario italiano non esistono. E così il messaggio trasmesso dallo scrittore in lingua originale va a farsi benedire! Si guardino con attenzione molte traduzioni per verificare quanto sopra. Saluti.

P.S. La cosa migliore sarebbe potere leggere i libri in lingua originale, ma questo è impossibile per la maggior parte dei lettori.

Comment from Mata Hari
Time: 5 Ottobre, 2009, 1:23 pm

Egregio gianira,
mi spiace di non essere stata chiara.
Come mi spiace abbia analizzato solo la parte finale del mio post, frettolosamente buttato li – almeno nel finale - , in quanto non volevo tediare nessuno ( ho un brutto difetto, sono piuttosto logorroica nell’intento al di voler fare capire i miei concetti, ma mi rendo conto che , almeno in questo caso, sarebbe stato necessario dilungarsi un po’ di più!).
Il senso del mio intervento era questo:
1. La traduzione di un testo ( e nello specifico di un libro) scritto in una lingua straniera ( sia essa l’inglese, il russo, il greco o il latino…..) deve essere più che fedele, leggibile, bella, e viva ( Cicerone docet!)
2. Come si fa ad essere superiore ad un traduttore, se tu ( lettore) non conosci la lingua che lui (traduttore) traduce ?
3. Chi traduce deve sapere tradurre… ( e qui mi permetto di disquisire sulla sua affermazione : non serve avere una laurea in lingue, ma si deve conoscere perfettamente la lingua che si traduce), non si può andare a “braccio” e per dare pathos al testo non si può e non deve metterci delle cose che non siano dell’autore.
4. Cosa sia una parafrasi penso lo sappiamo tutti. Ma qui mi permetto di farLe una domanda o , se preferisce, una osservazione. Lei scrive che la parafrasi “vuole esporne il contenuto con parole corrette e proprie”… Ma chi giudica se queste parole sono “corrette e proprie”? I miei ricordi vanno indietro di quasi 30 anni…. Ero “una Dea” ( molto presuntuosa!!!) nella parafrasi, sia della Divina Commedia che dei classici Omerici. La mia professoressa mi accusò di aver messo in modo “l’industria della copiatura” in quanto facevo la parafrasi per tutti i miei compagni di classe. Nel corso dello stesso anno l’insegnante si dovette assentare per malattia. E ovviamente venne una supplente. Per lei tutte le mie parafrasi erano sbagliate. Poco importa se lei potrebbe emulare Marcello D’Orta elencando tutte le nefandezze dei suoi alunni….. io voglio solo dire che si rasenta la presunzione nel pensare di sapere cosa volesse veramente dire uno scrittore vissuto secoli fa, basarsi solo su queste “granitiche certezze” per stilare un giudizio. Dico questo non tanto per auspicare una sorta di “revisionismo letterario” ma per farLe sapere cosa intendevo con la mia stringata frase conclusiva, in merito alla parafrasi . Il “senso del testo, le parole, i pensieri, le azioni del personaggio possono venire anche spesso malintese e travisate”, ma non ne abbiamo la granitica certezza che la nostra visione sia quella giusta!

Concludo nella speranza di essere riuscita a farmi capire, di essere riuscita a far comprendere la mia opinione e la mia diversa analisi che riguardano due diversi tipi di traduttori….. quelli di libri/testi in lingua estera e quelli di libri/testi da farsi in parafrasi.

Cordiali saluti e scusate per l’intervento.

Ps: all’intestatario del blog…. Sarei curiosa di sapere, anche in privato, il perché della moderazione preventiva su un blog che tratta di questi argomenti… la trovo una cosa assurda che va contro la dinamicità della comunicazione in rete.
Complimenti comunque per il blog!

dall’intestatario del blog: (in chiaro Ettore Bianciardi) Questo blog non era moderato, fino a quando alcuni frequentatori iniziarono a inviare commenti contenenti offese personali a me, a Marcello Baraghini, e ad altri, oltre che: parolacce, bestemmie, inviti alla violenza, bassi paragoni con persone con gravi problemi fisici e psichici e chi più ne ha più ne metta. Per questo,  ho dovuto moderare il blog, anche se questo richiede fatica e attenzione più che quotidiana. Le offese a me ed a Marcello sono pubblicate regolarmente e nell’archivio del blog ce n’è un campionario esaustivo, ma non possiamo accettare quelle rivolte a terze persone, e le altre cosette, anche per evitare denunce penali e civili (una l’abbiamo già sostenuta e vinta), oltretutto sempre fatte da persone celate dietro pseudonimi.

Inoltre se mi accorgo che la email che viene lasciata  è falsa cancello il commento, perché per esperienza so che prelude a quelle cose di cui sopra.

Ettore Bianciardi

Comment from Francesco Pomponio
Time: 5 Ottobre, 2009, 2:03 pm

Basta vedere come è stata fatta la traduzione di “Guida Galattica per gli autostoppisti” La traduttrice non ha neanche capito le battute e ha tradotto letteralmente la mitica battuta:
“Ah se avessi ascoltato quello che diceva mia madre…”
“E che diceva?”
“Non lo so , non ascoltavo.”

Beh, nella traduzione non fa neanche ridere.
Pazienza

f.

Comment from gianira
Time: 6 Ottobre, 2009, 7:27 am

Gentile sig.ra Mata Hari, mi permetto di fare un’ulteriore precisazione.
Quanto ho scritto sopra non sostiene assolutamente che la parafrasi e la traduzione diano “la granitica certezza che la nostra visione sia quella giusta”, assolutamente no. Ci mancherebbe altro!
Il fatto che parafrasare un testo sia operazione complessa così come tradurlo richieda proprietà e correttezza di vocabolario non significa certo arrivare ad una certezza! Ma che vuol dire, lei, con “certezza”? Di “certo” non c’è nulla, soprattutto nell’ambito delle espressioni artistiche: letteratura, scultura, pittura, musica ecc.
E che? Quando fruiamo di un quadro e cerchiamo di decifrarne il significato, il messaggio che a lei giunge deve essere per forza uguale a quanto giunge a me? “Non esiste una verità assoluta, ma tante quanti sono coloro che presumono di possederla” sosteneva Pirandello (Tanto per citare un “relativista”!)
Guardi che parafrasare un testo (o anche qualsiasi opera d’arte) -lo ribadisco- significa ricavarne un contenuto essenziale, a livello denotativo, cioè d’informazione dei contenuti basilari… , e non di quelli ad essi sovrapposti grazie alla connotazione che ogni autore, bene o male, compie sui significati di base del testo.
Nella traduzione non si pretende, certo, di trasmettere certezze ( e dove sono mai, le certezze???), pur tuttavia si dovrebbe operare su due livelli: quello denotativo (parole corrette, fedeli, appropriate) e quello connotativo ( impegno del traduttore a entrare il più possibile nel mondo, nell’area culturale, nell’epoca, nel linguaggio, nel registro linguistico ecc. dell’autore e cercarne di captare il senso dei messaggi contenuti nel testo). In poesia tale operazione è ancor più complicata, perchè traducendo vengono meno quegli elementi del significante caratteristici del testo poetico, quali, per es., il ritmo, il timbro, gli aspetti fonici, il metro.
Se lei ha tempo, provi a confrontare e legga ad alta voce una lirica tradotta in italiano col testo a fronte in francese di Ch. Baudelaire, per es. “Spleen”, o “Albatro”… o viceversa un testo di Ungaretti o di Montale tradotto in francese con testo originale italiano a fronte. Si accorgerà delle varie e forti discordanze e che, non necessariamente, una laurea in lingue riesce a risolvere i grossi problemi che una traduzione implica (con tutto il mio rispetto, cmq, per i laureati in lingue straniere).
Il medesimo confronto si può fare su un testo narrativo… per es. pensi a quanto poco possa rendere una traduzione di una novella o di un romanzo del Verga: quell’”italiano sicilianizzato” con quali mezzi e suoni linguistici potrebbe essere reso?
Saluti. ( Mi scusi, ma “gianira” è una donna…, lei, forse per svista, ha scritto “egregio gianira.”… )

Comment from La Donna Cannone
Time: 6 Ottobre, 2009, 8:34 am

Buon giorno a tutt*

Vorrei inserirmi riprendendo il commento di Gianira lassù.
Iniziamo col dire che il titolo mi pare una evidente provocazione e non una invocazione di violenza, no? E infatti, come accade spesso – e ancora non si sa, in molti _state obbedendo, sparando sul traduttore_. Denigrandone l’opera senza nemmeno sapere chi è, cosa fa, come si forma. Senza considerare che tra lui/lei e la pubblicazione solitamente c’è un passaggio di editing che ha una enorme responsabilità sulla versione finale.
Gianira, la Sua osservazione

“Sono poi convinta che chi traduce non necessariamaente debba avere conseguito la laurea in lingue, ma, conoscendola e parlandola sappia padroneggiare e gestire la lingua originale del testo, possieda competenza ed abilità di scrittura, conosca bene la propria lingua… Al contrario ci troviamo di fronte a traduzioni spesso veramente penose”

è, secondo me, sia _oltraggiosa che divertente_. Oltraggiosa perché offende chi studia per diventare traduttore.
Vogliamo ricordare in questa OMELIA che le università statali di interpretariato e traduzione in Italia sono 2 (Trieste e Forlì); a numero chiuso. Esiste poi una serie di scuole private, più o meno serie. Di certo tutte risentono di uno scadimento dovuto alle varie riforme universitarie, ma, singolarmente, ciò non ci esime da uno studio rigoroso.

Dopo di che, esiste una serie di corsi e master (che in buona parte sono business che arricchisce solo chi li organizza).

In Italia la professione NON è regolamentata. il mercato della traduzione è discretamente selvaggio. Truffatori improvvisati la danno via spesso gratis. Molti giocano al ribasso. Si guadaana di più con la prostituzione, credo.

Mediamente la gente NON sa distinguere un traduttore da un interprete. Spesso se ha bisogno di una traduzione la fa fare alla cugina che-ha-fatto-la-vacanza -studio-di-3-settimane-a-Malta.
Gianira, Lei dice che “non necessariamente chi traduce deve avere conseguito laurea in lingue”. Ovvio. Ma da una prospettiva opposta alla Sua:
va ricordato che all’interno della conoscenza di una lingua – studio interminabile e inesauribile – ci sono DIVERSE COMPETENZE: attive, passive, lessicali, grammaticali, stilistiche, tecniche, sociolinguistiche….. Di lettura. Di scrittura. Di traduzione. Di revisione. Di interpretariato di trattativa, chuchottage, simultanea, e molto altro.
NON tutti sanno fare tutto, nonostante l’era di multi-tasking pressante. Ci si specializza. Si studia, ci si esercita, si suda e si smadonna.

Ma - per tornare a Lei, essendo materie anche TECNICHE - uno studio di traduzione e traduttologia sono a mio avviso decisamente apprezzabili per crearsi una professionalità seria.

È una professione inflazionata da maldestri improvvisati. È una professione che nel settore editoriale/letterario è mal pagata. È una professione spesso usurpata da scrittori e scrittorucoli.
È una professione contro cui abitualmente SI SPARA. Che le piaccia o no. È una professione in cui ancora in Italia si deve EDUCARE il cliente per fargli capire il valore della tua competenza, formazione, serietà, professionalità, elasticità, etc.

Alla luce della mancanza di un albo di categoria, la Sua affermazione mi appare più violenta nel qualunquismo e scomposta nella misconoscenza di qualsiasi titolo del post.
Per me equivale, in modo perverso, a dire che chiunque può fare il cardiologo, l’avvocato, il meccanico, il parrucchiere e il farmacista – senza avere laurea e formazione. Bastano sensibilità e pratica.

Che faccio? Le auguro di trovarsi in mano a millantatori dentisti e meccanici farmacisti molto simpatici e sensibili?

Rutilanti, scomposti, millantatorii saluti
DC

Comment from gianira
Time: 6 Ottobre, 2009, 4:59 pm

Sig.ra Donna Cannone, stia pur calma! E, se può e se vuole, mi spieghi meglio le sue parole a chiusura del suo commento: “…Alla luce della mancanza di un albo di categoria, la Sua affermazione mi appare più violenta nel qualunquismo e scomposta nella misconoscenza di qualsiasi titolo del post.
Per me equivale, in modo perverso, a dire che chiunque può fare il cardiologo, l’avvocato, il meccanico, il parrucchiere e il farmacista – senza avere laurea e formazione. Bastano sensibilità e pratica. “.
Comunque non si preoccupi, pure io ho una laurea in lettere, senza la quale non avrei potuto svolgere la mia professione (interessante e utile) nè acquisire la successiva esperienza.
Saluti, ma non “rutilanti, scomposti, millantatori” come i suoi!

Comment from Ivan
Time: 6 Ottobre, 2009, 5:07 pm

la traduttrice meno portata per la traduzione che conosco… ha proprio una cattedra di traduttologia e infesta abitualmente il mercato dei suoi tentativi di traduzione. Eccole le scuole….

Che ci si animi tanto nel difenderle non syupisce, sono le stesse persone che si strapperebbero i capelli con l’abolizione del valore legale della laurea. Con questo saggio provvedimento, quella signora di cui parlavo, non avrebbe mai trovato credito, mentre ora, pur vedendo che la traduzione fa schifo, leggono il curriculum: “uhm–ah.. questa qui è laureata bla,blabla, insegna qui è là…” e non hanno il coraggio di dirle in faccia la verità, che sta rubando il lavoro a chi sa davvero tradurre

Comment from frank spada
Time: 6 Ottobre, 2009, 6:39 pm

… studio per diventare un traduttore - Ah! - Specializzato in letteratura grigia - Sarebbe? - Beh, i bugiardini per esempio - Ma non sono già tradotti? - Si, si… ma i testi sono di parte, sa? - Ahh… capisco. Bravo, merita la lode! Avanti il signor…

Comment from La Donna Cannone
Time: 6 Ottobre, 2009, 7:50 pm

@Signor Ivan - se c’è un riferimento tra le righe, si sbaglia, perchè io non mi strappo i capelli e non faccio lotte per il valore della laurea in sé. Sono in grado di relativizzarne la portata.

Il caso che Lei cita, della docente di traduzione, messo così è solo aria: per questo serve la traduttologia: ad affrontare in modo tecnico le traduzioni, a reneder consapevoli della propria affinità col testo, delle scelte effettuate, di quelle scartate e del perchè. Se Lei ci vuole proporre un esempio, una Sua disamina
dell’operato della signora di cui ci parla, leggerò con molta attenzione. Le dico di più, tutta questa bella discussione è materia di primissima mano e sopraffina per introdurre alcune questioni ai miei studenti di traduzione del 1° anno che incontrerò a breve.

Vice versa, farebbe meglio a non farci perdere tempo in chiacchiere e a rendersi conto che il Suo esempio equivale a dire che tra i meccanici c’è qualcuno di meno bravo. Che ogni tanto un primario sbaglia un’operazione. Le pare che sia un ragionamento? A me, no.

Confido di ritrovarLa qui a breve con argomenti più solidi e avvincenti.
Ossequi modulati,
DC

Comment from La Donna Cannone
Time: 6 Ottobre, 2009, 8:09 pm

@Gentile Gianira,

mi congratulo per la Sua laurea in lettere, sempre che, il Sig, Ivan insegna, le lauree abbiano un valore. (Magari Lei è or ora sulle barricate per azzerarne il valore? Chissà cosa si cela dietro lo sguardo di certe maestre e professoresse…).
Vede, Lei mi redarguisce perché la mia energia e la mia vis polemico-riottosa La infastidiscono. A me dà noja essere redarguita nella vis-vitalità.
Non mi smorzo certo per le cose per cui lotto, stia tranquilla. (Le piace poi tanto).
Non c’è offesa nelle mie parole, sa. Solo nudi _realia_.

Mi sfugge, però, il motivo della Sua richiesta: con la laurea di lettere in tasca e la penna rossa in cattedra, oltre alla passione per la scrittura (se non ricordo male), non capisce la mia frase lassù?
La rilegga. La rilegga. Apra il dizionario. Provi a farne una sintesi, una parafrasi. Inverta l’ordine delle parole. Provi a cercarne l’etimologia. Si documenti, magari, sull’attività di meccanico e di avvocato italiano tutelato da un albo.
Su come vanno le cose fuori dall’Italia.

Ma poi, se proprio non ci siamo, torni pure da me. Anche in privato. Teneramente, le dirò.

Ma ora chiudo. Mi diverte tanto, questo dibattito, ma stiamo uscendo dal seminato e non voglio turbare la discussione sulla traduzione.

Etimologici ossequi parafrasati,
DC

Comment from gianira
Time: 7 Ottobre, 2009, 10:30 am

Sig.ra Donna Cannone,
non ho tempo prezioso da perdere per rileggere la Sua frase nè per discutere di “aria fritta”, e neppure intendo farlo.
Non mi importa affatto sapere che cosa “si celi” dietro il Suo sguardo nè mi interessa “giocare” con parole come le Sue, prive di sostanza. Si tenga e si coltivi con cura la sua vis polemico-riottosa.
Chiusa la discussione! E saluti senz’alcuna parafrasi e perifrasi.

Comment from Parvati
Time: 7 Ottobre, 2009, 4:09 pm

Colgo l’invito di Donna Cannore a riportare il dibattito sulla traduzione e quindi vorrei farvi notare che se esiste un dibattito sui traduttori e le loro reali capacità di resa dei testi letterari (come pure di quelli tecnici, perché non esiste solo il traduttore letterario, benché qui si stia discutendo principalmente di quest’ultima figura), è probabilmente perché fra il pubblico e gli addetti ai lavori (si, anche fra loro) il concetto di traduttore è assai vago. La mancanza di chiarezza su chi è un traduttore e quali dovrebbero essere le sue competenze genera di sovente il fenomeno della cattiva traduzione.
Il problema di molte traduzioni (non solo letterarie) è infatti che sono state eseguite da chi non solo non ha una formazione in traduzione, ma non è nemmeno un attento conoscitore (e parlante) della lingua d’arrivo, né tanto meno un laureato in lingue. Troppo spesso le case editrici si affidano a persone che si improvvisano traduttori, avendo solo una conoscenza mediocre della lingua di partenza come di quella d’arrivo. Perché avviene ciò? Perché il traduttore non professionista si svende e le case editrici (anche le più grandi e note) spesso badano più ai costi che alla qualità. Quindi molte traduzioni risultano scarse o addirittura errate perché non sono state affidate ad un professionista. D’altronde, dato che non esiste un albo dei traduttori, né tecnici, né letterari, e che raramente il nome del traduttore viene debitamente valorizzato nei libri e sui giornali, per il buon traduttore è difficile emergere e distinguersi (tranne in rari e felici casi in cui un autore tradotto abbia voluto ringraziare a valorizzare il suo traduttore, come nel caso di Daniel Pennac con Yasmina Melaouah). Questo fa sì che la professione del traduttore conti un elevatissimo numero di “infiltrati”, che esercitano incontrastati, con grande disperazione di chi traduttore lo è perché ha studiato a lungo per divenirlo.
Detto questo, anche se uno ha studiato per divenire traduttore e dunque fare sue non soltanto le due o tre lingue di lavoro (fermo restando che la lingua d’arrivo deve sempre e solo essere la lingua madre, salvo rari casi), ma anche le tecniche di traduzione che si addicono ai testi letterari e/o a quelli tecnici, rimane la questione delle doti personali. Non tutti i traduttori professionisti sono tagliati per fare i traduttori letterari, come non tutti i parlanti di una lingua sono tagliati per fare i poeti, per quanto la maneggino alla perfezione. Il traduttore letterario ha il dovere di trasmettere l’atmosfera che si respira in un libro, anche prendendosi delle licenze e staccandosi dalla parola, che troppo spesso nelle nostre Università viene analizzata e decriptata con timore tanto reverenziale da farla apparire insostituibile e intraducibile, a meno di non far subire al testo ed al suo autore una vera e propria violenza. Per questo poi i laureati in lingue peccano di zelo in traduzione letteraria, talmente schiacciati dalla reverenza da non riuscire a far proprio il testo. Perché è qui che, secondo me, sta la chiave di volta di una buona traduzione letteraria: entrare in empatia con l’autore e con gli stati d’animo del testo, lasciarsi possedere da una voce che non è la propria ed abbandonarsi ad essa, senza farsi frenare da teorie e tecnicismi. La buona traduzione letteraria è figlia di una passione squassante fra traduttore a autore e vivere tale passione non è concesso a tutti i traduttori, per quanto zelanti e preparati essi siano.
Naturalmente il mio discorso, ripeto, si fonda sul presupposto che si stia parlano di traduttori professionisti (che hanno studiato per divenire traduttori come il medico studia per esercitare la sua professione), dato che ritengo scontato che il traduttore improvvisato possa più facilmente incappare in errori grossolani (che poi gettano fango sull’intera categoria perché, come ho già detto e tengo a ribadire, non è chiaro ai più che esiste una radicale differenza fra chi conosce due lingue e pretende di tradurre e chi non solo conosce due lingue ma sa anche districarsi fra i mille ostacoli che la sfida della traduzione presenta, perché ha passato vari anni a studiare e cercare di evitare quegli ostacoli, come il giocatore di scacchi che si allena a prevedere e contrastare le mosse dell’avversario – perché il momento della traduzione è sempre una sorta di duello in singolar tenzone).
Altra cosa ancora è il romanziere o il poeta che cura la traduzione di un romanzo o di una raccolta di poesie. Lì l’arte interpreta l’arte e il risultato è sovente una terza opera d’arte, che non è completamente fedele a quella d’origine e non vi si discosta nemmeno completamente. Ma qui mi addentro in un territorio diverso da quello che più mi sta a cuore e che è quello della traduzione fatta dai traduttori…

Comment from La Donna Cannone
Time: 8 Ottobre, 2009, 6:59 am

Parole sante, sig/sig.ra Parvati; ed eleganti.
Grazie.
Per quanto riguarda la traduzione, un’altra cosa che mi piacerebbe scoprire è come mai quella letteraria/editoriale è sostanzialmente l’unica in cui figura il nome del traduttore (in Italia).
Paradossalmente, quella letteraria non solo è tra le più ambite - nell’immaginario collettivo - ma è anche tra le meno pagate.
Chi lo sa, chissà perché, come cantava il Cane Bassotto Poliziotto…?

@Gianira: la Sua reazione è impagabile!!!!! grazie di avermi regalato una sana risata di prima mattina.

Rotolanti saluti a pancia all’aria,
DC

Comment from La Donna Cannone
Time: 8 Ottobre, 2009, 8:04 pm

Colgo l’occasione di questo dibattito per segnalare un articolo che evidenzia alcune ‘’amenità‘’ fiscali e professionali che riguardano anche traduttori e interpreti:

“La storia Non hanno un Ordine professionale, in media lavorano 120 giorni all’anno

Professionisti a rischio, sindrome da Quinto Stato

Dai designer ai consulenti, le fasce senza welfare. Gli architetti: pacchetto anti-crisi per le categorie

Tra i professionisti si considerano di gran lunga i più moderni e flessibili, «la classe creativa», ma guadagnano meno di un lavoratore dipendente, per anni hanno pagato persino l’ Irap e a fine carriera li aspetta una pensione da fame: 500 euro. Sono il Quinto Stato. Informatici, consulenti, pubblicitari, ricercatori, designer, ma anche formatori, traduttori, grafici, interpreti e persino archeologi. Tutti professionisti con partita Iva, di età tra i 30 e i 49 anni, senza uno straccio di Ordine che li tuteli, come ce l’ hanno invece avvocati, medici e architetti. (….) Vige il passaparola, la fama di buon professionista si costruisce con gli episodi e guai a sbagliare un colpo. Per autopromuoversi gli informatici hanno provato con i siti web e i pubblicitari con le inserzioni a pagamento. Ma non funziona. Ci vuole una rete di buone relazioni e tante amicizie. Solo così un consulente del Quinto Stato riesce a lavorare per 180 giorni l’ anno, ma è considerato un exploit perché la media è molto più bassa, tra i 100 e i 120. Una delle criticità maggiori sta nel decidere quanto farsi pagare (…) Il timore di trovare un committente che non paga: nel campo dei traduttori il rischio è così elevato che gira una «black list» di aziende morose dalle quali è meglio tenersi alla larga. Racconta Alfonso Miceli, formatore e vicepresidente di Acta: «Quando hai a che fare con l’ ufficio acquisti di una grande impresa c’ è poco da fare, decidono loro quanto pagarti. Ma con le piccole è diverso. Cercano la persona giusta e vogliono i risultati, il prezzo diventa secondario». (…)
Non ci sono numeri certi ma pare che la tendenza sia che una partita Iva finisce per sposare un’ altra partita Iva, perché ci si capisce di più e se uno dei due per un mese deve rinunciare al week-end perché ha trovato un buon cliente, l’ altro/a se ne fa una ragione. Quasi tutti i «professional» hanno lo studio in casa così possono detrarre metà spese d’ affitto ma siccome i committenti pagano a tre mesi - quando va bene -, devono comunque avere un fondo-cassa di almeno 10 mila euro per poter anticipare le spese di un prossimo lavoro. (…)
L’obbligo dentro il Quinto Stato è quello di essere sempre aggiornatissimi, se uno «perde» le ultime tendenze del mercato a cui appartiene va in fuorigioco. Diventa obsoleto. Per evitare la retrocessione intellettuale un consulente coscienzioso investe continuamente sul suo know-how e d’estate se ne va a scuola da un guru straniero pagando migliaia di euro o di dollari. (…) In mezzo a tante difficoltà gli uomini e le donne del Quinto Stato tengono duro grazie a una forte dose di autostima. Non si considerano nemmeno per un momento dei precari del terziario avanzato, tutt’altro. Pensano di essere la punta avanzata della modernizzazione. Il loro mentore è il sociologo americano Richard Florida che ha individuato proprio nella classe creativa la base del nuovo capitalismo. E anche chi in Italia, come il professor Sergio Bologna, ha studiato il fenomeno ne ha sottolineato il binomio «flessibilità e innovazione». «Il lavoro autonomo delle nuove professioni - ha scritto - è un fattore insostituibile di generazione e diffusione di dinamiche innovative».
Anche perché devono conquistarsi di continuo l’ autorevolezza, «mentre un professore universitario, ottenuta la cattedra, può anche smettere di leggere e non cambia niente». Quando però la percezione di sé deve fare i conti con il welfare sono guai.
I nostri professional versano per la pensione alla gestione separata dell’ Inps il 26% dei loro introiti e si vedono restituiti molto meno. Esiste una casistica da choc: lavoratori con 30 anni di contributi hanno calcolato il loro prossimo assegno mensile e hanno saputo che «godranno» di una pensione mensile tra i 500 e i 650 euro! Ma non è tutto: per i giorni di malattia la diaria riconosciuta è di 18 euro e scatta solo in caso di ricovero ospedaliero.
Più tutelata (relativamente) è la maternità: alla neo-mamma vengono riconosciuti cinque mesi di paga ma deve interrompere di botto tutti i rapporti e le consulenze aperte. Così quando vorrà ripartire dovrà farlo dal «ground zero».

Dario Di Vico ddivico@rcs.
Pagina 47
(26 settembre 2009) - Corriere della Sera
L’articolo intero è qui:

http://archiviostorico.corriere.it/2009/settembre/26/Professionisti_rischio_sindrome_Quinto_Stato_co_8_090926037.shtml

Comment from frank spada
Time: 9 Ottobre, 2009, 11:06 am

Commenti a “tutte donne”, e onori anche a Herta Mueller (Nobel 2009) con “Il paese delle prugne verdi”, per non citare la traduttrice, Alessandra Henke, donna anche lei!

Comment from Mata Hari
Time: 9 Ottobre, 2009, 3:58 pm

Assurdo poi che l’articolo sia stato pubblicato dal corriere della sera….

Ma scusatemi.. le varie AITI, ANITI, IATI, ma soprattutto i sindacati SITL e SNS che cavolo fanno?

Comment from La Donna Cannone
Time: 12 Ottobre, 2009, 7:07 pm

Giusto per un piccolo aggiornamento: in mailing list di una associazione ci stiamo scuotendo in merito a

questo:
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http://www.panoramio.com/help/translator

e questo:
http://punto-informatico.it/2724234/PI/News/twitter-traduttori-cercansi.aspx

Siamo anche stufi di lavorare gratis e vederci usurpata l’attività da intraprendenti ‘’volontari'’ spesso incapaci, grazie.
Furibondi saluti
DC

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