Main menu:

Cerca nel Blog

Categorie

Archivio

RSS Feeds:

IL PANNO ROSSO
di Frank Spada

Novembre, e domenica scorsa, dalle mie parti c’era il sole, un po’ di Bora dalle cime e l’aria frizzantina.
Primo pomeriggio e salgo in automobile: quattro passi a Cividale e un caffè, mi dico. Quando arrivo… di parcheggi liberi neanche l’ombra. Chiedo. Ah! Il mercatino, capisco. Ormai che sono qua… due sigarette gomito sul finestrino e finalmente trovo.
A inizio Corso: una fiumana; m’inoltro intimorito. Vedo un tizio al sole con un libro in mano – sta assorto a leggere seduto a un tavolo coperto da un panno rosso rubino.
Sopra: quattro o cinque attrezzi in legno e ferro arrugginito ricordano il passato dei braccianti.
Dopo qualche ora, camminando tra il pattume in mostra tra le bancarelle, e i Musi rosa davanti al cielo che tramonta, quando ritorno sui miei passi il tizio è ancora lì, seduto all’ombra di un’insegna appena accesa davanti a un bar. Sul panno rosso, i pezzi in vendita sono gli stessi, non uno di meno, e lui, assorto a leggere, rivelando la piega beata di un sorriso non si accorge che traballo per quanto sono stanco. Appoggiandomi al suo tavolo, sbircio e leggo il titolo: “Rivoluzione inoperosa”. Poi mi aggrappo alle gambe e entro nel bar: una cioccolata con panna, che se non la smetto di mandar giù sempre di fretta quel che ingoio mi ustionerò anche la voce, e mi risento in forza; tanto da tornare a Udine e arrivare a casa stanco come se avessi guidato l’automobile senza pedali che avevo da bambino.

Dicembre, IV domenica d’Avvento e a Cividale c’è l’antiquariato di Natale, quello vero, e io sono ancora qua – questa volta sono venuto apposta, per comperare un oggetto che… inizio Corso, guardo in giro e vedo il tavolo – il panno è lo stesso, ma al posto di quel tizio c’è una donna. Gli oggetti in mostra… collanine, cianfrusaglie esotiche di pietre plasticate. Chiedo. No, non sa darmi indicazioni. Insisto. Dice che non sa dove sia finito. Spiego il mio interesse per quegli oggetti da lavoro visti proprio su quel tavolo. Il suo viso si chiude alle parole, gli occhi si velano di… la invito al bar accanto. “Due caffè, uno corretto grappa, per piacere, e un bicchiere d’acqua di rubinetto”, e mi racconta una storia lunga quanto la vita disperata di una madre, e di un figlio, un anarchico che non ha mai fatto del male a nessuno, un buon ragazzo, insomma, che adesso… voleva incendiare il mondo, e l’hanno messo in prigione.
Andando via, dopo averla aiutata a metter via le cose dalla tavola (quattro tavolini pieghevoli, accostati uno all’altro) le ho promesso che tornerò a cercarla la terza domenica di Gennaio, sempre qui, a Cividale, nel duemila e dieci (mi ha detto che si chiama Nadia - io, invece gli detto il nome dell’autore di quel libro, uno pseudonimo).

Comments

Comment from Ettore Bianciardi
Time: 27 Novembre, 2009, 8:08 pm

Ecco qua: Frank Spada ci ha inviato un raccontino e lo abbiamo subito pubblicato.
È bello?
Parliamone, come si diceva qualche tempo fa..
Ossia, mi piacerebbe che ognuno che lo legge esprimesse il proprio parere, anche se, e soprattutto se, questo è negativo, sempre con la dovuta educazione, mi raccomando.
Insomma, voglio dire, discutiamo anche un po’ di letteratura, che come sosteniamo noi è vita.
E la vita è letteratura!

Comment from gelo
Time: 28 Novembre, 2009, 9:29 am

Siamo superficiali nelle letture spesso. Confesso che alla prima lettura non ho colto tutto quel che il raccontino di Frank conteneva.
Vuoi perché il registro linguistico utilizzato non è ordinario, non è quello elegante della “bella scrittura”. Si usa invece un registro sghembo, un modo di dire le cose originale, ma che ha il grosso pregio di non perdere in musicalità.
Ecco perché la prima lettura non ti svela mai tutto, e anzi, quasi niente, se non un accenno di trama.
E’ solo con le letture successive che ho capito quante piccole cose contiene il racconto, attorno al “panno rosso” citato. Il contrasto tra il dire e il fare, le sue conseguenze, gli oggetti non casuali messi sulla bancarella, il contrasto cioccolata/caffè-acqua; il contrasto temporale dei due momenti e quelle piccole gemme incastrate nella scrittura. (l’ustionarsi la voce, per esempio, o l’immagine dell’aggrapparsi le gambe, del narratore).
Insomma, dice molto di più di quanto sembri.
Poi io sono di parte, perché sono un fan, ma si sa, fan make stars :)

Un saluto
R.

Comment from Leila Mascano
Time: 28 Novembre, 2009, 2:48 pm

Chi è uno scrittore? E’ qualcuno che da fatti quotidiani, banali, sa tirare fuori una storia. Quel panno rosso, che copre un tavolino su cui sono posti umili, arrugginiti strumenti di lavoro, è un sipario che si alza, un velo che si squarcia oltre la semplice apparenza delle cose, e noi ci chiediamo come sarà la vita di quell’anarchico che forse è solo un inguaribile idealista, e tuttavia proprio per le sue idee è qualcuno che probabilmente è rimasto ai margini della vita. Intuiamo la disperazione della madre per quel figlio “scombinato” che ormai non è più un ragazzo, e non mette la testa a far bene, anzi, finisce addirittura in galera, e magari non è la prima volta…E davvero poi sperava di venderle, le povere cose esposte, o erano lì come un simbolo, un invito a ricordare quelle bandiere che riempivano con tanto scandalo “Novecento” di Bertolucci, con gli strumenti da lavoro a loro volta simbolici, ormai arrugginiti e che ora si svendono…chi lo sa cosa passa per la testa di un anarchico, quali nostalgie, quali simpatie… Quale che sia il significato conscio o inconscio di quella strana esposizione di oggetti, certo è che il personaggio colpisce il narratore, che sull’indizio di quel panno rosso, chiede, indaga…
La scrittura di Frank mi piace. Qualche volta mi ricorda Escher, il pittore-grafico olandese che visse a lungo a Roma, nel quartiere Monteverde. Scale che scendono e viceversa salgono, strani effetti…ecco, è una scrittura surrealista, densa di richiami, in cui talvolta la realtà s’incrina in minimi, inquietanti scorci. Qui forse meno che altrove, ma si noti come con pochi tocchi è reso un paesaggio, un’atmosfera, senza che si sia detto molto, anzi quel che si dice e accade in realtà è molto poco…eppure siamo là, in quell’aria frizzantina, tra quelle bancarelle, con quel visitatore curioso e improvvisamente partecipe, che non disdegna di aiutare la donna a riporre le sue modeste cose, e s’intuisce senza tanti discorsi una pietas di fondo che ci riguarda tutti.

Comment from Butterfly
Time: 28 Novembre, 2009, 4:12 pm

Questo tizio dal sorriso mite, quasi inerme ,mi ha riportato alla memoria un vecchio film cult degli anni della giovinezza, Jesus Christ Superstar.Il protagonista aveva la stessa tranquillità dolcissima nell’ascoltare le proteste dei suoi seguaci dell’ uomo che legge ,estraniato dalla folla del mercatino.Non avranno fatto la stessa fine ?

Comment from Francesco Pomponio
Time: 28 Novembre, 2009, 6:16 pm

Finalmente!! Mi piace, ma ho dovuto rileggerlo, non mi aspettavo di trovare un racconto in questa sede.
La bellezza del brano è che è “zippato”. Ci trovi tante cose diverse a rileggerlo e più chiavi di lettura. A me è piaciuto. Forse è il tipo di letteratura che bisognerebbe fare al tempo di Internet. Breve ma densa, come una buona cioccolata calda.
f.

Comment from Gian-Andrea Rolla
Time: 28 Novembre, 2009, 8:18 pm

Sento di dire grazie a Frank Spada per questa pagina di letteratura che ci offre (e a Ettore Bianciardi che ce la propone). E’ un grazie per la forma, il linguaggio, altro che sghembo, caro Gelo, che a me evoca un incontro tra la scrittura californiana (Chandler, Fante) - il narratore che lascia Udine per Cividale sembra Marlowe quando esce dalla città e sale tra le ville che nascondono nuove avventure/sventure - e lo sfondo di cultura centroeuropea che é, con Frank Spada, ma non solo, ancora molto viva nella scrittura dei nordorientali italiani. Ma voglio dire grazie anche per la sostanza, l’attenzione per gli altri, l’ascolto del dolore altrui fino al testimoniare il r/esistere del maritrio, altre parole non ho voglia di trovare, il martirio di tanti piccoli grandi eroi, anche e ancora del nostro tempo, che nell’esempio anarchico, il più netto rispetto alle altre strade della sinistra, difende la parte giusta, la parte del lavoro, gli operai, i contadini … “o vivremo del lavoro o pugnando si morrà“. Raccontare di quelli che pugnano fino alla morte, caro Frank, é la scelta più bella per uno scrittore, pensa a quell’Omero con il suo Ettore.

Comment from giuli@
Time: 28 Novembre, 2009, 8:58 pm

Come Gelo ho letto parecchie volte questo gioiellino.
Ogni volta mi diceva qualcosa di diverso, d’insolito.
Un fascino sottile, una malia, il non detto intuito e svelato.
Il dolore e la compassione, la quasi tenerezza e la stanchezza delle gambe e dell’anima, gli strumenti del lavoro manuale ed il sorriso accennato del ragazzo che legge di sogni.
Un invito a riflettere, a comprendere, capire.
E ad alzare ogni tanto lo sguardo dal nostro Io.

Comment from Butterfly
Time: 29 Novembre, 2009, 12:04 pm

Non serve rileggerlo, basta leggerlo LENTAMENTE .Questo racconto in fondo non è che l’ ultimo di una produzione incredibile, nota di certo non solo a chi sa leggere oltre le parole ma soprattutto a chi sa cercare capolavori online.

Comment from onelux
Time: 29 Novembre, 2009, 12:32 pm

arrivo su questo “racconto” da un link presente su scrignoletterario.
letto e riletto. alcuni passi anche ad alta voce, visto mai che non abbia capito bene.
grazioso esercizio di stile che trovo splendidamente vacuo.

Comment from Leila Mascano
Time: 29 Novembre, 2009, 2:06 pm

Vacuo viene da vacuum, vuoto. Non mi sembra questo un racconto vuoto, né privo di significato. Come lo scrigno da cui ha tratto il link, direi piuttosto che si apre al lettore mostrando i suoi tesori: in questo caso una scrittura semplice, eppure raffinata, con soluzioni linguistiche inconsuete. Ma fin qui lei è d’accordo, mi sembra, pur chiamando questo un “esercizio di stile”. Posso essere anche d’accordo sul grazioso, intendendo però il termine nel suo senso di “aggraziato, bello”, come contempla anche lo Zingarelli. Quali contenuti dovrebbero esserci in un racconto? Un racconto, si badi, non un apologo. Non basta che ci offra un uno spicchio di vita, un frammento da cui ricostruire con la fantasia un affresco più grande, come gli archeologi ricostituiscono proprio da un frammento un vaso? Se qualcosa parla alla nostra immaginazione, se ci induce ad alcune considerazioni di sicuro non è qualcosa di vuoto. Diciamo però che ognuno ha le sue preferenze, e Bach sembra ad un caro amico, professore universitario, “un gran mortorio”, così come “una grande delusione, un’accozzaglia di ruderi” è parsa Roma ad un giovane andino venuto qui pr studiare in seminario. Ci sono cose che ci parlano, ed altre che ci lasciano indifferenti, si tratti di Bach o del gelato di Fassi ( che a Roma è un osannato gelataio ). Tutte le opinioni in quest’ottica sono rispettabili e certamente giuste.

Comment from silvia maestrelli
Time: 29 Novembre, 2009, 2:14 pm

Splendido racconto…gli attrezzi da lavoro magnificati dalle tue brevi ed intense parole. Un narrare che lascia in bocca un buon sapore.
Grazie per avermelo segnalato, caro Frank.
Ti leggo con piacere, alla prossima. Buona scrittura.

Comment from Francesco Pomponio
Time: 29 Novembre, 2009, 9:51 pm

adesso basta che sennò facciamo la fine di quei club di scrittori che si parlano addosso facendosi complimenti che non cambiano niente. Quando ho scritto che è un racconto zippato volevo dire che lavorandoci un po’ poteva venire un racconto vero. A me è piaciuto anche così, ma mi sembra uno spreco di buone idee.
Insomma sforzati di più e scrivi un romanzo, i mezzi li hai.
E’ vero le la quantità non sempre significa qualità, ma insomma.
Va bene, sono sempre il solito. Ma non ci riesco ad essere simpatico per forza.

ciao

f.

Comment from Francesco Pomponio
Time: 29 Novembre, 2009, 10:13 pm

E poi, scusatemi, ma mi sembra insano quando il commento è quasi più lungo dell’opera stessa. Per favore… Già capisco a fatica ciò che scrive Frank (colpa mia) ci manca pure che debba sforzarmi per comprendere i commenti critici.
f.

Comment from Franz Haas
Time: 29 Novembre, 2009, 10:59 pm

Molto bello il racconto e molto calzante il commento di Francesco Pomponio sul modo “zippato” di questa scrittura: dove altri dovrebbero sprecare tre pagine, Frank Spada ci riesce in tre righe. Però, mi piacerebbe sapere di più di questo giovane anarchico, “che non ha mai fatto del male a nessuno”. Che cosa ha fatto nella sua vita, questo uomo, che mentre legge sta “rivelando la piega beata di un sorriso”, perchè è finito in prigione? Frank Spada, per favore, non lasciarci soli con la nostra poca fantasia! Stiamo aspettando il seguito. Potrebbe saltare fuori un intero romanzo, grazioso e straziante come un assolo di Miles Davis, un sonnambulo balletto solitario come esce solo dalla tastiera di Frank. Piacerebbe sicuramente anche a Luciano Bianciardi.

Comment from Alessandro
Time: 30 Novembre, 2009, 12:33 pm

Un racconto che sa creare un’atmosfera, lasciandoci quell’inquietudine che ce lo fa ricordare.

Comment from Eros
Time: 30 Novembre, 2009, 1:33 pm

Ho scoperto che a febbraio La troveremo nelle librerie e non vedo l’ora di leggere il suo “Marlowe ti amo “.Già l’assaggio mi è piaciuto moltissimo..Auguri,Frank,di cuore…

Comment from Mita
Time: 30 Novembre, 2009, 2:28 pm

“… tanto da tornare a Udine e arrivare a casa stanco come se avessi guidato l’automobile senza pedali che avevo da bambino.”
Dolcissimo.

FRANK SPADA RULES!

Comment from Alessandro Bastasi
Time: 30 Novembre, 2009, 5:30 pm

Mi è piaciuto molto questo racconto, proprio per la sua essenzialità. Ci sono tutte le parole che servono, non una di meno e non una di più, organizzate nello stile originale di Frank Spada che ne fanno assaporare il senso profondo. E’ un racconto che va letto lentamente, come ha già detto qualcuno, più che il contenuto è lo stile che ti fa innamorare di questo narratore stanco, che si deve “aggrappare alle gambe”, di quel giovane anarchico interessato più alla sua lettura che che a vendere le quattro cose adagiate sul panno di rosso, e di quella madre che finalmente incontra qualcuno disposta ad ascoltare la sua storia. E’ una storia, questa, che Frank non ci racconta, ma va bene così, ci dà, a noi lettori, la massima libertà. “Il panno rosso” è un racconto che suggerisce, e quando un racconto la fa con tale grazia, con tale intensità, ha raggiunto il suo scopo.

Comment from Francesco Pomponio
Time: 30 Novembre, 2009, 5:43 pm

Ho riletto ancora il racconto di Frank. Io, per quello che può valere la mia opinione, l’avrei interrotto a metà. All’automobile da bambino. E’ inutile spiegare troppo a chi non capisce. Fin lì un piccolo capolavoro. Davvero. Confermo il denso. Quasi una poesia in prosa.
Insomma Frank Spada (o come diavolo ti chiami) scrivi quello che vuoi, tanto viene bene comunque.
Ma davvero sei nato ne 1939? Un secolo fa?
f

Comment from Francesco Pomponio
Time: 30 Novembre, 2009, 5:44 pm

E che aspetti a diventare famoso? Che ti pubblichino postumo? :-)

Comment from Aldo Moscatelli
Time: 30 Novembre, 2009, 5:51 pm

Evito esegesi contorte, temo di allontanarmi dal focus del discorso.
Di Frank Spada ho pubblicato un ottimo racconto pregno d’humour nero, “La madre tuttofare”. “Il panno rosso” si pone su tutt’altro piano, sia tematico che stilistico.
L’andamento rapsodico mi piace meno rispetto alle suite (senza musica e tante parole) che ha composto per “La madre tuttofare”. Riconosco invece la medesima capacità di lasciare il segno attraverso un’espressione figurata o un’iperbole. Mi ha colpito il contrasto fra attrezzi della terra e chincaglieria plastificata, quasi a scavare un solco fra generazioni. A parer mio è la trovata migliore della novella. Il finale mi suona un po’ melodrammatico (la madre che si dispera per le sorti del figlio), anche per la celerità con la quale la novella giunge al termine, lasciando dietro di sé più di un interrogativo.
In virtù dei sottesi simbolici mi domando: se al posto della madre avesse fatto la sua comparsa la figlia dell’anarchico, la novella avrebbe tratto giovamento?
Aldo Moscatelli

Comment from ReaderWriter
Time: 30 Novembre, 2009, 8:27 pm

Avevo già avuto modo di leggere questo bel racconto di Frank Spada e di apprezzarlo. Ritengo un dono sapere dipingere con poche parole - senza bisogno di lungaggini e noiose descrizioni - una situazione o un luogo e in questo Frank, a mio avviso, è maestro. Caro professor Haas, lei che auspica un romanzo di Frank, le dò una buona notizia: a febbraio uscirà davvero il primo romanzo di Frank Spada, Marlowe ti amo, e credo che lo apprezzerà. Infine, mi aggancio al commento di Rolla che intravede nella scrittura di Frank assonanze con Chandler e Fante per proporre un piccolo gioco letterario. Avete provato anche voi la tentazione di fare un’associazione mentale tra questo racconto e qualche altro scrittore di cui Frank vi ricorda lo stile? Ovviamente inizio io che non posso evitare di sottoscrivere i già citati Chandler e Fante ma ravvedendo anche qualche cosa di Salinger. E voi?

Comment from nadia
Time: 1 Dicembre, 2009, 12:54 am

Concordo con tutti coloro che attendono un seguito…

Comment from frank spada
Time: 1 Dicembre, 2009, 4:45 pm

E quindi… ma perché non chiuderla qui visto che sono già “famoso”?
Ringrazio Riaprire il Fuoco, e Ettore Bianciardi, e vi saluto tutti, cari amici, con l’augurio che la vita sia buona con ciascuno di voi - ricordando uno che “è” letteratura italiana e la sua “vita agra” che vi farà commuovere ancora.
Dove la vita è agra

Comment from boris borgato
Time: 1 Dicembre, 2009, 10:09 pm

E chi vuole capire “Robin Edizioni”, capisca, vero Frank?

Da Esordienti da Spennare di Silvia Ognibene, Terre di mezzo, Milano, 2007, pp.102:

Per pubblicare il mio manoscritto, però, Robin mi chiede 2.880 euro in cambio dell’acquisto di 240 copie al prezzo di copertina. In questo caso non sono stata io a dover chiamare l’editore per chiedere spiegazioni: qualche settimana dopo aver inviato il plico con il dattiloscritto, sono stata contattata al telefono dalla signora Clara Piccinini di Robin che, dopo avermi comunicato che l’opera inviata era stata giudicata pubblicabile, mi ha informata del fatto che avrei dovuto contribuire alle spese di pubblicazione. Inizialmente non si è sbilanciata sulle cifre e poi, visto che io chiedevo di poter avere almeno un orizzonte di riferimento, mi ha anticipato che si sarebbe trattato più o meno di 2.500 euro. Cifra che è stata sostanzialmente confermata (anche se al rialzo) dal contratto ricevuto via posta alcuni giorni dopo.

Durante la nostra prima telefonata, la signora Piccinini ha voluto però puntualizzare che Robin non è un editore a pagamento. Come sarebbe a dire? Mi sta chiedendo soldi per pubblicare, ma non vuole che l’editore per cui lavora venga inserito in una categoria che, evidentemente, è piuttosto mal vista. Ecco come si giustifica: “Ci dispiace molto, ma siamo costretti. Noi siamo editori con la E maiuscola, perché siamo distribuiti da Messaggerie. Però con gli esordienti dobbiamo fare così: pubblichiamo l’opera solo se abbiamo la certezza che un certo numero di copie sarà venduto. Per questo ci affidiamo alla prevendita. Ci dispiace ma non possiamo esimerci”. A mio modesto avviso, l’editore con la E maiuscola è quello che investe i propri capitali per la realizzazione del progetto che ha scelto. Ed è pure possibile “esimersi”, visto che altri lo fanno e, seppur con fatica, non chiudono bottega. “Ci tengo molto a precisare - ribadisce - che noi non siamo editori a pagamento: non pubblichiamo ogni cosa e facciamo un serio lavoro di editing”. Dopo aver ricevuto la proposta di contratto, contatto nuovamente la signora Piccinini per avere ulteriori informazioni: nel corso della seconda telefonata, mi spiega che la differenza tra Robin e gli editori a pagamento consiste sostanzialmente nel fatto che Robin legge i manoscritti per davvero, li seleziona e non pubblica tutto ciò che gli viene proposto, svolge un serio e accurato lavoro di editing in stretta collaborazione con l’autore. Mentre si procede alla realizzazione “fisica” del testo “i promotori vanno nelle librerie con una scheda del libro che la redazione ha preparato. Certo, c’è sempre l’intoppo della libreria. Le librerie sono sommerse dai libri e sono sempre un po’ restie a prenotare testi di autori non conosciuti. Però, insomma, dato che la nostra casa editrice è abbastanza conosciuta e presenta sempre buoni testi, un po’ di libri vengono prenotati”. Arrivare in libreria, però, non basta, quindi la casa editrice Robin offre altri “servizi” per sopperire alla velocissima rotazione dei titoli in scaffale come, ad esempio, la partecipazione ad alcune fiere del libro e la presenza in punti vendita fissi monomarca. “Alcuni libri si vendono nell’arco di un anno - mi spiega ancora la signora Piccinini - altri in un tempo più lungo, quindi avere visibilità a lungo termine è fondamentale. E noi cerchiamo di fare tutto il possibile per i nostri testi. Agli autori non promettiamo di fare soldi o di diventare famosi, ma ce la mettiamo tutta”.

“Va tenuto presente - prosegue - che magari le copie che abbiamo stampato di un determinato libro si vendono nell’arco di quattro o cinque anni ed è quindi troppo lungo il divario tra il momento della spesa e quello del rientro. Quelle per l’editing, la tipografia, la promozione e la distribuzione sono tutte spese anticipate. Poi, del ricavato del libro all’editore resta poco: parte va ai distributori, parte va ai librai, e a noi resta il 25-30% del ricavato dal prezzo di copertina. Tenga inoltre presente che i librai indipendenti sono pochi ormai, e per lo più abbiamo a che fare con grandi catene, citiamone una per tutte, la Feltrinelli, che hanno un potere contrattuale fortissimo e spuntano dei prezzi d’acquisto molto bassi”. Il quadro tracciato dalla signora Piccinini risponde al vero, come abbiamo già avuto modo di chiarire. Così come è vero che i testi pubblicati dall’editore Robin in libreria si trovano, anche da Feltrinelli. E il contratto che Robin mi sottopone è l’unico che chiarisce in modo esauriente tutti gli impegni che l’editore si assume: c’è scritto che saranno garantite la promozione e la distribuzione a livello nazionale (attraverso Messaggerie), si specificano durata del contratto e percentuale dei diritti d’autore, numero di copie stampate e tempi di pubblicazione. Insomma, è un contratto vero.

Quindi, se proprio si decide di pagare per vedere pubblicata la propria opera, conviene affidarsi a un editore che proponga un contratto chiaro e dettagliato, dal quale risultino gli impegni che l’azienda si assume nei confronti dell’autore, e che si avvalga di un buon distributore nazionale. Anche perché la cifra richiesta da Robin è più o meno la stessa domandata da “editori” privi di distribuzione organizzata. Ma soprattutto perché, laddove l’editore dovesse dimostrarsi inadempiente rispetto agli impegni assunti, potrete sempre impugnare il contratto.

Va aggiunto, però, che gli editori seri, quelli cioè che non chiedono soldi agli esordienti, sollevano non poche perplessità anche di fronte a situazioni come quella di Robin.

Comment from frank spada
Time: 2 Dicembre, 2009, 8:36 am

Bentornato Boris Borgato - “… e mi convinco che la vita equivale a curiosità.” - Marlowe 1, 2 o 3?
” Chiedilo al vento”, che forse li recensirà!
A presto, allora.

Comment from Mita
Time: 2 Dicembre, 2009, 7:55 pm

Non ho capito subito il collegamento fra la cronaca che fa l’autrice del libro da pubblicare e il bel racconto dello scrittore Frank Spada.
Intuisco che c’è una critica verso chi autofinanzia i propri libri per farli arrivare in libreria, dove chi vuole è libero di comprarli o meno.
Libri più o meno “buoni” sono pubblicati per i più svariati motivi, non sempre per la loro qualità intrinseca, anche quando l’autore non ha pagato, ma magari ha acquisito una certa notorietà, mentre si dà il caso di errori di valutazioni e di opere di qualità scartate da grandi case editrici che hanno fatto la fortuna di piccoli editori.
Insomma non trovare un editore non vuol dire automaticamente aver scritto un brutto libro.
Se si crede nella propria opera non mi sembra quindi disdicevole autofinanziarsi o partecipare alle spese, proprio perché in un mercato articolato il successo non è uguale al merito ed essere bravi non basta.
Allora, piuttosto che vendersi, meglio comprarsi le proprie copie, tentare di farle giungere in libreria dove, se piacciono, l’investimento su se stessi sarà stato fondato.
Si punta su se stessi, si paga di tasca propria.
A proposito del mercato librario vorrei notare che sono anni che alcuni testi di Bertrand Russell non sono stati più ripubblicati, mentre castelli di copie di improbabili Amore alle Hawaii ingombrano il passo allo scaffale in ombra con due copie a metà prezzo di un certo Cicerone.
Quanto alle prestazioni offerte dal contratto di pubblicazione, avrei alcune osservazioni. Se la distribuzione è garantita in tutta Italia ma ogni libreria ha una sola copia, che se comprata non è subito sostituita, le possibilità di far conoscere il proprio libro sono nulle.
Forse sarebbe più utile garantire una settimana in vetrina in qualche libreria di grande visibilità in alcune città italiane, almeno una recensione su un quotidiano a scala nazionale e in un programma televisivo o radiofonico che parli di letteratura. Insomma quell’attività complementare del mondo dell’editoria aggiuntiva al lavoro tipografico.
Se il proprietario di una casa editrice pubblicasse un proprio libro, la qualità del testo sarebbe posta in dubbio per questo? Poiché non stiamo parlando dell’ambito dell’informazione come pubblico servizio, che deve essere libera ed indipendente, ma di un ambito intellettuale dove poter esprimere la propria creatività (senza obbligare nessuno ad acquistare le proprie opere) non vedo nulla di disdicevole. Credo che la qualità di un’opera dipenda dall’opera e non dal numero di copie vendute, o dal percorso per arrivare fino a me che la leggo.

Comment from mario quattrucii
Time: 3 Dicembre, 2009, 2:37 pm

Non voglio soffermarmi sulla forma, sullo stile, che pure sono sostanza del racconto, ma sul suo contenuto allegorico. Con emozionante tensione, in una forma per di più molto sintetica (idest poetica) e addirittura ellittica, Spada ci propone una delle grandi questioni della humana conditio così come si presenta ai nostri tempoi: la caduta, quasi la scomparsa, dei grandi ideali e delle speranze che animarono, durante il “secolo breve”, durante quel tempo “grande e terribile”, immense masse di uomini e donne, un’ampia parte dell’umanità, di lavoratori e artisti, di operai e costruttori nel campo delle idee, di dannati della terra e poeti. Il lampo rosso di una bandiera spesso era la luce che li lluminava: i drappi rossi che svettavano sui cortei, o sulle macerie di Berlino, o sulle fabbriche occupate, o in film di alta scuola, o sulle risaie padane e cinesi, o sulle foreste defoliate, o nei versi di grandi poeti della libertà e del progresso… Ora, per come è andata la storia, per la dannazione degli errori e del rovesciamento nella prassi di quei grandi ideali, quel colore è esecrato, quel drappo, quella bandiera è ridotta a straccio condanato a non essere più nememno “veduto”. I poveri ma “umani strumenti” che ad esso si accompagnavano non fanno più parte né dei sogni né dei bisogni dell’uomo del duemila. In un attimo - quello che dura una pausa per il riposo durante il cammino - in un attimo riempito assaporando qualcosa di dolce che la vita può ancora riservarci (che bella quell’immagine del riposo con cioccolato alla panna, godimento e trasgressione di uno il cui cammino è già abbastanza lungo… sebbene ancora a metà del suo corso) - in un attimo anche il panno dimesso, lo straccio rosso con i suoi poveri arnesi, e colui che aveva voluto in un ultimo tentativo “mostrato alla gente”, scompaiono alla vista… no: alla vita. E neppure la madre di colui, ridotta a smerciare cianfrusaglie al “mercato delle anime”, neppure la madre sarà in grado di comprendere il valore di quel panno e di quel figlio. “Ridiventa straccio” aveva escalamato Pasolini rivolgendosi alla bandiera rossa 8e a chi la impugnava): quanto fosse lontano dal vero lo mostra nel suo lampeggiante racconto Frank Spada. No: se non vogliamo chiuderci nella disperazione, se vogliamo ancora credere che la storia non è davvero finita e che ancora può essere cambiato lo stato di cose presente, bisogna alzare di nuovo un drappo rosso nel cielo: non stoffa ideologica e retorica, non puro grido, ma ricerca e studio, consapevolezza e capacità critica, rappresentanza degli oppressi e dei “liberi”, comprensione della “contraddizione” e delle contraddizioni, e soprattutto ricostruzione di una weltanschauung e di una teoria che sia guida per l’azione chiedendo e volendo pace e liberazione degli uomini e delle donne e dell’Uomo nel suo pianeta.
Mario Quattrucci, uno che è nato prima di te.

Comment from Francesco Pomponio
Time: 3 Dicembre, 2009, 8:19 pm

Eh???
Accidenti quanta roba incomprensibile ci sta in questo racconto. E pensare che a me era solo piaciuto e basta. Altro che zippato, Frank, hai scritto un libro di 1000 pagine e non te n’eri accorto.
Cerca di non montarti la testa adesso… hi hi..
f.

Comment from Leila Mascano
Time: 4 Dicembre, 2009, 2:28 pm

Eh…come i Bianciardini. Multum in parvo.

Comment from La Donna Cannone
Time: 7 Dicembre, 2009, 6:15 pm

eccccccomi - sempre tardi
Non ho tempo ora purtroppo per leggere tutti i commenti che mi precedono. Posso solo sperare di non ripetermi.
Sarà che l’idea del panno rosso mi fa sospirare di fantasie, tra il torpore dei monti trentini, ma di per sé l’afflato del racconto non mi dispiace.

Se quel che si chiede è un piccolo parere tecnico, direi che scivola sul finale

“un buon ragazzo, insomma, che adesso… voleva incendiare il mondo, e l’hanno messo in prigione.”
Mi pare un po’ qualunquista/buonista
e qui: l’errore grammaticale confonde le idee, proprio in un momento cruciale:

(mi ha detto che si chiama Nadia - io, invece _gli_ detto il nome dell’autore di quel libro, uno pseudonimo).

Quel gli confonde. E’ un ‘’le'’ e non si capisce più bene a chi lo dice. E di quel libro. Ma quale libro? Boh

Ettore e Marcello, l’idea di accogliere qui un po’ di nostre sudate prestazioni scribacchine è genialmente divertente. Grazie!!!

Ciao ciao
DC

Comment from Gian-Andrea Rolla
Time: 7 Dicembre, 2009, 8:40 pm

Occhio Frank, la gramatticca, chissà che piacere le (gli) hai dato, vecchio marpione…

Comment from frank spada
Time: 8 Dicembre, 2009, 10:22 am

Caro Gian-Andrea, non volevo dirlo, ma ora che la strada è aperta (Riaprire il fuoco sarà sommerso dagli invii - povero Ettore!) avverto tutti che la redazione non fa editing, né si preoccupa, giustamente, di correggere i testi - talché… leggere, rileggere, e gli per le (e qualcuno ride a mia saputa): mala scrittura o un trabocchetto teso a qualcuno che non conosce un libro (e si deprime in un parere tecnico)?

Comment from La Donna Cannone
Time: 8 Dicembre, 2009, 8:09 pm

Non mi deprimo, anzi - mi rinfocola la passione di accanirmi nelle questioni tecniche, come no!

“Mala scrittura o un trabocchetto qualcuno che non conosce un libro?” me lo dica Lei, allora.

Noticine:
1) non vedo l’efficacia del trabocchetto, se il nodo grammaticale inficia la chiusura del racconto. A me sembra che si stia arrampicando sugli specchi, ma insomma, aspetto che mi dimostri il contrario….

2) L’umiltà di ammettere un’errore* grammaticale è più apprezzabile di una dimostrazione di spocchia. Tutti possono sbagliare. Esporsi alla pubblicazione pone questi rischi

3) Mi pare ottimo che non ci sia editing da parte dei proprietari del blog. Basta questa arena un po’ ruvida e selvaggia.

Prego, fornitemi altri goduriosi motivi di accanimento terapeuticogrammaticale….

* guardi, le ho fatto dono di un errore grammaticale. Non lo trova un gesto commuovente?

PS: Ettore:
Io vorrei mandare un raccontino porno. Si può?

8equi
DC

Comment from nadia
Time: 8 Dicembre, 2009, 9:12 pm

Cosa rispondere?
“Chi ha orecchie per intendere intenda?”
… e il mistero si infittosce cioè… scusate, infittisce.

Comment from Gian-Andrea Rolla
Time: 11 Dicembre, 2009, 1:07 am

Madame Donna Cannone, se lei avesse lo spessore di non rilevare errori grammaticali, le si potrebbe augurare di passare dal raccontare il porno a farlo, ovviamente con partners dall’italiano impeccabile (assolutamente inutile mi rendo conto, esattamente come per scrivere, ma se lei ha questa fissazione, che male c’é ? si diverta e non pensi ai preti).

Write a comment