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I LIBRI CON LO SCONTO

 

Leggo su Repubblica edizione elettronica (la leggo su Ipad prima che la stampino su carta per voi in Italia, ben gli sta ai sostenitori del cartaceo) che sta per andare in Parlamento una legge che vieterà di fare sconti sui libri in vendita. E leggo che protestano un po’ tutti: editori e librai.

Giusto, penso: una legge che vieta di fare sconti è una legge iniqua, che limita la diffusione del libro e della cultura, oltre ad essere contro le leggi del libero mercato, che a me piacciono poco, ma che piacciono tanto a molti. Protesto anch’io: una legge così non deve essere approvata.

Leggo meglio però e comincio a non capire più nulla. Chi protesta lo fa perché sembra che questa legge pur promettendo di vietare gli sconti, di fatto li lascia fare per undici mesi all’anno e sembra proprio una presa in giro.

Presa in giro di chi? Dei lettori? Della cultura? Del ibero mercato? Direi di no. Ed allora di chi?

Dei librai, che se si possono fare sconti, finisce che quelli grossi (di librai) si mangiano quelli piccoli, come i pesci del mare.

A me i piccoli librai indipendenti (così detti) sono simpatici e sto dalla loro parte.

Però se per sopravvivere devono andare contro l’interesse dei lettori e quindi dei cittadini e della cultura, allora dico che non sono più d’accordo con loro e che sono loro che sbagliano qualcosa.

Poi, pensandoci un attimo, tutto mi appare chiaro: la colpa è dell’industria editoriale e del libro cartaceo, un oggetto che si sta sempre più caricando di costi che non c’entrano nulla con lo scrittore e con il lettore. Distributore, promotore, libraio e via dicendo: tutte persone rispettabili, gente seria e con famiglia a carico, ma non può essere il libro a pagare le inefficienza del loro sistema. Sennò, applicando ancora la stessa logica, il prezzo del libro, per accontentare tutti, salirà ancora, e i lettori compreranno di meno, e il prezzo dovrà salire ancora, e i lettori saranno ancora meno e via di questo passo.

Credete che questo sia uno sviluppo sostenibile?

No, di sicuro c’è qualcosa che non va

Con il libro elettronico si risolve il problema.

Certo, mi si dirà, i librai dovranno cambiare mestiere.

Molto probabilmente sì, ma sarà nel loro interesse.

Qui a New York, i librai vendono molto poco, le librerie sono vuote, ma intanto loro hanno cominciato a produrre e vendere i lettori di ebook: anche Borders, l’altra grossa catena di bookshops sta vendendo ebook readers, non suoi, ma di Sony ed altri. E intanto vende (e regala anche) ebook.

Forse loro la via d’uscita la stanno trovando. O almeno danno l’impressione di provare a cercarla.

Ettore Bianciardi

VI PRESENTO UNO SCIOCCHINO!

 

Vi presento uno sciocchino, ossia uno di quegli sprovveduti che hanno comprato un dispositivo per leggere i libri elettronici.

È uno sciocchino perché non ha capito che il libro di carta è analogico (e non l’ho capito neanche io, come faccia ad essere analogica una cosa codificata in 27 caratteri, e perché lo diventi quando passa su uno schermo elettronico, mah!).

È una persona non più giovane, ha con sé il bastone, la bottiglietta dell’acqua, uno zainetto ed il suo nook, per leggere i libri, come sta facendo ora, mentre attende il treno per Brooklyn assieme a noi.

Chissà forse è il primo libro che legge in vita sua, è stato attratto dalla tecnologia: è uno sciocchino, l’abbiamo detto, e così, tramite questo stupidissimo gadget, ha scoperto la letteratura.

Oppure magari ha passato la sua vita ad accumulare libri di carta che ha letto tutti, e che riconosce al volo, uno per uno, dalla posizione e dal colore della copertina, ma ha scoperto che mettersene un po’ nel gadget elettronico è comodo perché è più leggero e se ne possono mettere tanti e sceglierne uno da leggere mentre si aspetta la metropolitana.

È sicuramente uno sciocchino, perché non vibra di passione mentre le dita sfiorano la carta, perché non è un sano feticista della cellulosa e dell’inchiostro, e della colla per la brossura, ma è convinto, anzi convintissimo che il bello della letteratura sia quella lunghissima e sempre diversa sequenza di lettere, spazi e segni di punteggiatura che si chiama testo.

Questo e non i suoi feticci lo entusiasmano.

È uno sciocchino, ma felice, perché guarda avanti e non si ostina, come le persone intelligentone, a tenere la faccia rivolta all’indietro.

È uno come me.

 

Ettore Bianciardi

 

 

PIÙ SEXY DI UNA BIBLIOTECARIA

 

Sexier than a librarian. Più sexy di una bibliotecaria (o di un bibliotecario, l’inglese è molto meno maschilista dell’italiano), questa è la prima scritta pubblicitaria che ci accoglie a New York, ancora prima del controllo passaporti e si riferisce, sembra incredibile, ad un ebook reader, quello della Sony.

Capisco che da queste parti gli ebook devono avere una maggior fortuna che in Italia. E non solo hanno maggior diffusione, ma le previsioni di vendita devono essere sicuramente incoraggianti, se non un editore, non un fabbricante di aggeggi elettronici, ma un libraio, il più grande del mondo, Barnes and Noble, ha deciso di produrre e vendere un suo lettore di ebook, il NOOK, che si va così a contrapporre al KINDLE di Amazon. A proposito si pronuncia kindl e non kaindl come ho sentito dire da parte di qualche erudito nostrano.

Ma la notizia più bella è che ho visto la gente leggere gli ebook per la strada, in metropolitana, o alla fila per i traghetti, e questo è un sicuro indice di successo.

Sono poi stato alla Brooklyn Public Library, la più grande d’America, sostengono loro, più grande di quella molto più famosa a Manhattan, sulla Fifth Avenue, e lì hanno anche i libri digitali, e li prestano, anzi li regalano, ecco un’altra differenza, sostanziale, tra libro di carta e libro digitale, a favore del secondo.

Lo so, molti diranno che preferiscono il libro di carta (ma mi date una motivazione, una sola, che non sia che a voi piace di più?), altri diranno che l’America è una cosa e l’Italia un’altra. Ai secondi rispondo che non c’è una cosa di successo in America che non ci siamo poi beccati anche noi, nel bene e nel male. Ai primi non so cosa rispondere.

Ettore Bianciardi

AUTOEDITORIA, AUTOEDIZIONI,
AUTOEDITARSI
La decrescita sblocca
la comunicazione?

di Antonella Barina

O voi che siete in piccioletta barca…
(Dante, Commedia, canto II)

“Leggére imbarcazioni reggono meglio il mare di un transatlantico”: dopo aver deciso nel 2004 di registrare il mio bimensile di poesia, Edizione dell’Autrice, ne ho annunciato così la nascita al Salone dell’Editoria di Pace di Venezia. Con questo nome già da qualche anno distribuivo già le mie raccolte poetiche ‘scomode’ sul territorio veneziano, pubblicate dieci anni dopo dal Comune di Venezia. Ma le parole sono fatte per andare subito nel mondo, nell’immediatezza, per incidere e partecipare alla vita della città, non per attardarsi nel calcolo delle opportunità dell’editoria terza, quella che viene dopo l’autore e la sua opera.
L’abitudine artigianale ad impaginare nella forma più povera e immediata la produzione poetica recente per distribuirla il giorno dopo nel corso di letture nei campi, nei bar e nei luoghi più diversi ha trovato nella registrazione come testata giornalistica la formula che ne dà memoria e tutela, sancendone la continuità. Finalità: una comunicazione in forma integralmente poetica che interpreta in soggettiva quello che avviene intorno, nessuna introduzione, niente nota critica, ma invece un’immagine nata assieme alla raccolta: autoeditando infatti scelgo (l’autoeditoria è in primo luogo una scelta) impaginazione e formato. La distribuzione è “eventuale”, cioè nel corso di eventi, incluse fiere e mercati.
Certo, nell’ agenzia dove lavoro da tanti anni le parole hanno gittata infinitamente maggiore e arrivano dall’altra parte del globo, ma cucire una ad una le copie di questa microscopica testata mentre la distribuivo oltreoceano è stato un taglio sulla tela: quale distribuzione è più certa e duratura di quella che l’autore porta sempre con sé? Soprattutto, autoeditando è possibile scegliere il tempo esatto in cui mettere al mondo la parola, l’adesso o il dopo, e l’occasione. Oggi Edizione dell’Autrice è arrivata al trentesimo numero, del 2009 la collana dei Racconti per Venezia, sguardi sul passato per capire l’oggi, del 2010 i Libretti Rotanti. Dai siti www.edizionedellautrice.it e www.autoeditoria.it, e in qualche sito amico, si scaricano integralmente e gratuitamente. Un lusso? Un bisogno professionale irrinunciabile, come quello di cercare di capire come mai oggi e come mai a Venezia.
Qui, nel 1494, Aldo Manuzio, fondatore dell’industria editoriale moderna, inizia la sua attività incarnando “la funzione principale dell’editore: la creazione del libro come entità di contenuto, forma estetica e realizzazione materiale”. E qui, oggi, si sta verificando il divorzio dell’autore/autrice dall’editore e lo sposalizio di entrambe le figure in una: frugali rassegne dedicate all’autoeditoria promosse a Venezia (come Aut Aut – Autrici e Autori Autoprodotti realizzato nel 2007 da Unica Edizioni di Claudia Vio e Scoletta dei Misteri, biblica estensione di Edizione dell’Autrice, a Io m’edito, tu medita – comunicare davvero fa bene e funziona del 2007, M’Editare 2009 – l’autoeditoria si presenta, M’Editare 2010 – Autoeditoria e dintorni, promossi da Edizione dell’Autrice e la collaborazione di Unica, Realtano, Poesia Comunità Mestre) hanno dimostrato che le opere esistono, vengono al mondo, al di là del circuito ufficiale.
Precedenti illustri: il dissenso sovietico e quello in ambiente vittoriano. Cos’hanno in comune le Samizdat, l’editoria clandestina su carta carbone che passava di mano in mano, e la “scandalosa” Virginia Wolf? Entrambe fecero ricorso all’iniziativa personale per far circolare opere che altrimenti non avrebbero visto la luce. Le Samizdat (in russo: edito in proprio), diffondevano clandestinamente in Urss, Cecoslovacchia e Polonia le opere censurate dal regime sovietico, mentre la scrittrice inglese impose la propria scrittura trasgressiva attraverso la Hogarth Press, casa editrice indipendente, alla faccia del sistema conservatore che la soffocava, ma non tutte le Samizdat erano edite dagli stessi autori e i Wolf pubblicavano anche scritti d’altri, anche se sempre “autori che condividevano con lei questo sguardo nuovo”. Pubblicati dagli autori erano anche i 50 esemplari di Xenia di Montale del 1966, Le rime petrose e Le più belle poesie di Alda Merini uscite a tiratura limitata nel 1983, così come i Poemi di Palazzeschi del 1909 dove il nome dell’editore era quello della sua gatta, Blanca. Sarebbe importante, è un invito all’Università, avviare una ricognizione su altri esempi, anche antichi, proprio a partire da Venezia: per saltuario che sia l’atto di editare se stessi, è importante infatti capire il rapporto tra scrittura ed urgenza di comunicare, tra opera edita in proprio e pubblico, tra i contenuti originali e la successiva mediazione indotta nell’editoria terza. Con M’Editare ho cercato di dar valore anche alla singola autopubblicazione di autrici e autori, perché l’atto di indipendenza è sempre prezioso. Un privilegio, intanto, l’essere apparse nell’ Editare se stessi che Alessandra Pagan ha pubblicato con Sinopia sull’autoeditoria veneziana.
La novità dell’autoeditoria continuativa, non occasionale, è che l’autore/autrice pubblica soltanto se stesso/a con una presa in carico totale della parola a propria misura, un’azione che afferma il diritto costituzionalmente sancito ad esprimersi liberamente, un diritto che si infila nel mondo come aria sotto la porta. Non è un caso che sia stata avvertita a Venezia, dove pregi e difetti della produzione e della distribuzione culturale sono pienamente rappresentati. Da una parte, infatti, abbiamo una città ideale per spazi e modalità di comunicazione “a dimensione umana”, accoglienti palazzi e campi raccolti che consentono di presentare nei modi più fantasiosi i prodotti della superstite e raffinata editoria artigianale, e un marchio, quello di Venezia, che dovrebbe di per sé rendere interessante tutto quello che vi si produce. Per contro, su Venezia, vetrina dove tutto passa e si consuma, una spietata concorrenzialità invade spazi fisici e opportunità mediatiche, confinando il locale al senso più restrittivo. Eppure: dove mai, se non qui, tutto è invece glocal? A far da sbarramento, una logica industriale che implementa opere editoriali totalmente già finanziate o di già garantito acquisto, che possono contare su promozioni spesso di natura istituzionale: nessuno si sottrae a far da suggello ad operazioni di successo, chiavi in mano.
L’autoeditoria si insinua in questi vuoti pneumatici come una gocciolina di mercurio, se la schiacci esce da un’altra parte, rifuggendo la normazione che l’editore, soggetto relativamente recente nella storia della parola scritta, nel Novecento ha imposto anche attraverso il curatore editoriale, l’editor, che rivede trame, personaggi, dialoghi. L’autrice/autore che si autoedita estende in maniera quasi logica la propria funzione autoriale, sviluppata a volte – come nel caso di Edizione dell’Autrice – come reazione alla censura. La pratica di autoeditarsi riporta in primo piano l’azione comunicativa: una sola copia venduta, e financo regalata, figurarsi poi se riprodotta e distribuita dal lettore, segna il successo. È il principio dell’omeopatia: più esigua è la quantità, maggiore è l’effetto. Ma, per funzionare, il processo deve essere puro, biodinamico, senza fertilizzanti (gli input dell’editore che commissiona quello che si ritiene vada di moda) né anticrittogamici (togliere quello che può scontentare qualcuno). Nasce per coltura del seme originario, per ricerca, desiderio e bisogno di chi scrive, e questo motiva la fatica di gestire in prima persona il processo editoriale, pensando e realizzando ogni passaggio del percorso produttivo, sobbarcandosi ogni fatica, costo, opzione possibile.
Non si può quindi confondere il gesto dell’autore che assume in sé la funzione editoriale con l’ editoria a pagamento, che in qualche caso si nobilita garantendo di non “scadere nell’autoeditoria” in quanto i testi “passano una durissima selezione”: c’è qualcosa di nuovo nel riproporre tetti di vetro? L’autoeditoria non va confusa neanche con i peraltro puntuali servizi tipografici che via internet forniscono “servizi di grafica e stampa digitale, editoriali, correzione bozze, autoedizione, ecc.”: toppa chi li classifica come autoeditoria, rimproverando a quest’ultima, nella confusione, di essere un “baraccone ciucciasoldi per poveretti scrittori imberbi o meno”. Né è autoeditoria la pratica commerciale del self-publishing, dove il soggetto editoriale terzo si accolla “l’impresa di gestire la catena di lavorazione del prodotto grezzo (il testo), portandola a compimento fino alla confezione del libro, al quale offre una vetrina promozionale”, che in autoeditoria chi scrive compie da sé. Se già si annuncia che il selfpublishing sarà uno degli elementi vitali del Salone del Libro di Torino, è tuttavia a partire anche dalle esperienze di autoeditoria nate nel veneziano che l’esigenza degli autori è stata messa a fuoco ed è da qui che, in diversi casi, la si mutua, massifica, commercializza. Il termine selfpublishing è usato in modo improprio: a chi si riferisce quel ’self’? Non è chi scrive a svolgere la funzione editoriale, quindi, semplicemente, non dovrebbe chiamarsi selfpublishing. Sembra quasi che l’autoeditoria pura faccia paura, che debba essere riassorbita nel mare dell’anonimato per poterla esorcizzare. Tutt’altro che commerciale era invece il Self-Publishing Movement delle cui origini si discute in internet, basato soprattutto sulle affinità, sul sentire comune, sul desiderio di cambiamento, con radici almeno nella Beat Generation ed assimilabile negli aspetti collettivi alle autoproduzioni di movimento delle quali chi autoedita con continuità ha in gran parte fatto già da tempo esperienza attiva, le donne in particolare per effetto di povertà. Eredi diretti di quel movimento sono semmai i siti internet che praticano self-publishing allargato, come il www.realtano.it di Leschiutta-Borrelli. A tutt’oggi i dizionari confermano il ruolo centrale dell’autore nella pratica autoeditoriale, ma lo condizionano all’applicazione della tecnica informatica: l’autoeditoria sarebbe la “forma di editoria che vede l’autore stesso utilizzare strutture informatiche per la produzione e la diffusione delle proprie opere” (Hoepli) o “l’editoria che non utilizza canali convenzionali ma permette agli autori di servirsi specialmente di strutture informatiche per produrre e promuovere le proprie opere” (De Mauro). Ma che avrebbero detto i puristi della lingua visitando la Rassegna della Microeditoria di Chiari dove, oltre ad Edizione dell’Autrice e ad Unica Edizioni, c’erano la Casa Editrice Libera e Senza Impegni di Federico Zenoni e la Troglodita Tribe S.p.A.f. (Società per Azioni felici) di Fabio e Lella, che a mano riassemblano in pluralità di copie uniche gli scarti dello spreco altrui trasformandoli in nuove opere? Dove le Stelle Cadenti continuano a vendere la carta prodotta a mano sulla quale Nicoletta Crocella stampa le proprie poesie? Prodotti fragili, indimenticabili, dove la qualità – non lo standard – e perfino l’intenzione fanno la differenza. “Possiamo vivere in un giardino fertile e vibrante di opere che si evolvono in continuazione – scrivono – non opere richieste da una ricerca di mercato dell’editore”.
La pratica di autoeditarsi (difficile oggi da tradurre in inglese, perché assomma la funzione sia dell’ ‘editor’ che del ‘publisher’: selfeditpublishing?) riporta in primo piano l’azione comunicativa: una sola copia venduta, e financo regalata, figurarsi poi se riprodotta e distribuita dallo stesso lettore, segna il successo. In www.edizionedellautrice.it (presto sarà riassorbito nell’attuale www.autoeditoria.it) stampando fronte-retro si ottiene l’esatto originale cartaceo: è l’invito alla filiera corta dell’ideale equosolidale, lo stimolo concettuale a collaborare alla distribuzione, forzando la “cooperazione testuale” del ‘Lector in fabula’ di Umberto Eco. La distribuzione è invece il tallone d’Achille dell’industria editoriale, la quale per definizione deve smaltire grandi quantità che, passati i primi mesi, scompaiono dagli scaffali: il guadagno è a monte, i depositi costano e il riutilizzo delle giacenze è inibito all’autore, il quale, perso il copyright, non ha più mezzi per promuovere l’opera, che diventa introvabile, gli sfugge, non è più sua. Il ricorso al digitale commerciale o al misto digitale/cartaceo potrebbe abbattere legittimamente quei costi anche senza definirsi ‘self’, invece confonde le acque (è a partire anche dalle esperienze di autoeditoria nate nel veneziano che l’esigenza degli autori è stata messa a fuoco ed è da qui che, in diversi casi, la si mutua, massifica, commercializza) per accattivarsi autori che talora ancora pagano anziché essere pagati. E forse cavalca anche l’inquietudine di vertice che la gente possa davvero far da sé: ad esempio, quando internet non dovesse funzionare. L’opera autoedita infatti viaggia con te, ti rappresenta, la gestisci nel modo che credi, realizza appieno, fino in fondo, la libertà di esprimersi. Sempre che tu ci creda, che tu conosca il valore di quella libertà, al di là del “diventare famoso” che neanche la più accorta operazione di marketing garantisce. Nell’ “editoria creativa casalinga” praticata da Troglodita Tribe “esiste un diverso concetto di successo editoriale e non si basa sull’avere successo ma sull’essere successo, nel succedere passo dopo passo, libro dopo libro. Succede. Fortunatamente succede ancora”.
Per certi versi, un inno alla decrescita: ridotti i grandi appalti editoriali, finiti gli uffici stampa multimilionari e i benefit, con meno sicurezze, senza fondi le rassegne dei soliti noti… be’, la comunicazione sembra sbloccarsi. Anche se con qualche trabocchetto, riprende a scorrere. (Antonella Barina)

CHE FORTUNA
ESSERE ORFANO!

di Sholem Aleichem

Tutto è cominciato a Cracovia, nell’inverno del 2007. Visitando il vecchio quartiere ebraico, quello sgomberato a forza dai nazisti, e diventato il set di Schindler List (anche se i fatti narrati si svolsero nel vero ghetto ebraico, aldilà della Vistola), entrammo in una vecchia libreria, dove facemmo incetta di libri, e tra questi: Born to Kvetch dell’ebreo canadese Michael Wax. Tornato in Italia cominciai a leggere il libro, che, mi accorsi, trattava della lingua yiddish, una lingua che non appartiene ad una nazione o è propria di una zona geografica, bensì è propria di quel popolo che è stato a lungo costretto ad emigrare per non scomparire, gli Ebrei.

Mi innamorai subito di questa lingua, unica per tanti aspetti, soprattutto mi incantò quel suo modo di incarnare lo humour ebraico, una lingua che è soprattutto un modo di reagire con l’ironia, a volte sferzante e irriverente, alle disgrazie umane.

E cominciai a chiedermi quali fossero i capolavori scritti in yiddish. Ben pochi scoprii presto, perché questa lingua era proprio delle donne e delle classi povere, non dei dotti e dei rabbini che continuavano a scrivere in ebraico.

Un po’ come il volgare italiano che tutti parlavano nel 1200 ma che nessuno aveva il coraggio di mettere per scritto, finché un fiorentino, che ce l’aveva con il mondo intero, scrisse un poema in volgare, e fu il primo ed il più grande poema della lingua italiana.

Fatte le debite differenze, scoprii che il Dante Alighieri dell’yiddish si chiamava Sholem Naumovich Rabinovich (1859-1916): era un mediatore d’affari ucraino, dalla vita avventurosa, che scelse il nome d’arte Sholem Aleichem e che nell’ultima parte della sua vita fu costretto ad emigrare a New York, dove morì e fu sepolto.

Per tutta la sua vita, dilapidando il patrimonio della moglie e del suocero, scrisse, ed ebbe il coraggio di scrivere in yiddish.

Cominciai a leggere ciò che trovavo in italiano di Aleichem; soprattutto i famosi racconti del lattaio Tejwe, quelli che hanno dato origine alla commedia ed al film musicale, Il violinista sul tetto.

Poi improvvisamente, mi imbatto in un testo bilingue, inglese e yiddish, intitolato Motl dem Peisi chazan, Motl il figlio del cantore Peisi, l’ultimo lavoro di Aleichem, incompiuto, e ne rimango a dir poco folgorato.

Scopro, incredibilmente che non è ancora tradotto in italiano e decido di farlo io, a partire dalla versione inglese, che pagina dopo pagina, nel libro che ho, si contrappone a quella yiddish, assolutamente per me incomprensibile.

Capita un contrattempo: una pagina della versione inglese è ripetuta due volte e quindi una pagina manca del tutto. Non so come rimediare, ma di lì a poco partiamo per New York, e il primo giorn o che siamo là ci tuffiamo dentro alla Library della Fifth Avenue per cercare un’altra edizione del capolavoro. La troviamo, ma è un’altra traduzione, con tutte le pagine a posto. Tornato in Italia, completo la traduzione, ma mi accorgo subito che le due versioni inglesi sono differenti, addirittura certe parti dell’una mancano nell’altra e viceversa. Mi propongo di scrivere una versione italiana completa, ma spesso mi trovo impotente di fronte a frasi visibilmente errate, forzatamente rese in americano, che suonano false. Non c’è altra soluzione: in quei casi devo cercare di capire l’originale yiddish.

Per fortuna da New York mi ero portato una grammatica ed un vocabolario inglese-yiddish e pian piano, leggendo da sinistra a destra e districando i caratteri dell’alfabeto ebraico, riesco a comprendere larghi passi dell’originale.

Mi innamoro dell’yiddish e del grandissimo Aleichem.

Alla fine il libro è pronto. Mia moglie Anna, che mi segue passo passo, correggendo una decina di volte le bozze, è innamorata del piccolo Motl e delle sue avventure in giro per l’Europa e poi in America. Il libro è infatti la narrazione, da parte di un bambino di nove anni, delle angherie e della violenza dei pogrom, dell’esodo attraverso l’Europa, della traversata atlantica e della scoperta del nuovo mondo: la terra dove gli Ebrei possono camminare liberi nelle piazze e nei parchi, il paese dove è proibito picchiare i bambini, il paese dove si viaggia per aria e nelle viscere della terra.

Marcello Baraghini è affascinato dal libro e decidiamo di pubblicarlo, noi due, con la nostra nascente casa editrice Strade Bianche – Stampa Alternativa

Oggi il libro è pronto e lo offriamo in lettura a tutti.

Gratuitamente, come è nostro costume, convinti come siamo che la letteratura è patrimonio dell’umanità e che non ci si debba speculare sopra.

Chi lo vuole leggere gratuitamente può scaricare e leggersi il pdf.

Chi invece desidera una copia stampata, dovrà, non possiamo evitarlo, pagare i costi della stampa e della distribuzione, che, come si noterà, aumentano in ragione dell’aumentare dell’importanza del distributore e del libraio.

Buona lettura a tutti, e fatemi sapere se il libro vi piace quanto è piaciuto a noi.

 

Ettore Bianciardi

FRANK SPADA

GRAN TORINO?
GRAN CASINO!

di Luca Martini

 

A marzo mi arriva una telefonata.

È il mio piccolo editore, non per l’altezza, s’intende, ma perché appena nato e desideroso di fare.

È Stefano Grugni, che conduce per mano la Voras con grande passione e purezza. Mi dice che andiamo a Torino, che farà uno sforzo ma dividendo le spese con la Fernandel di Giorgio Pozzi ce la possiamo fare.

Io sono contento, anzi, esulto.

Il Gotha dell’editoria mondiale, trai i più grandi, mi dico. Ci siamo, vai, è fatta, andiamo a Torino, tutti si accorgono di noi (leggi, di me…), qualcuno si fermerà incuriosito, sfoglierà quel libro, dirà un “però!” a denti stretti e si ricorderà il mio nome. Einaudi mi verrà a supplicare di pubblicare e rien ne va plus!

Così attendo che trascorrano i giorni, mi arrabatto per prenotare (cazzo, c’è anche l’ostensione della Sindone, un bordello totale, la città imballata, prezzi alle stelle, ma va bene, faccio un sacrificio, trovo un bed and breakfast, che sarebbe meglio chiamare bad and breakfast ma lo scoprirò soltanto dopo, e telefono) penso a chi conosco a Torino e mi preparo. Prenoto anche il treno, che se è vero che ci mette poco più di due ore da Bologna costa come un viaggio a Saint Tropez.

Dunque, un maglione che fa freddo, la giacchetta impermeabile che piove sempre, l’entusiasmo che mi contraddistingue e chiudo la valigia con la zip.

Ah no, aspetta, i sogni, quelli non possono mancare.

Arriva il giorno, la metà di maggio, salgo sulla freccia argento, anzi no, è quella rossa ma non cambia niente (perché poi argento? Mi sembra un treno dedicato alla terza età…) in viaggio leggo un libro di Simona Vinci, prendo l’autobus numero uno e quando mi trovo davanti al Lingotto mi sento un provinciale a New York, venuto giù, però, con la piena del Savena (che per chi non è di Bologna è un torrentello sporco e spesso secco che passa nei dintorni della mia città…).

Quando entro trovo tre cose.

Centinaia di editori, migliaia di finti lettori e centinaia di migliaia di pseudo scrittori.

Tra questi ci sono pure io.

Passo il tempo cercando di partecipare ad eventi ai quali non è umanamente possibile partecipare, per via del caldo, della ressa, della confusione.

Poi decido che è meglio restare nel nostro stand, quello che è costato duemilaeuriduemila, per un metro quadrato e poco più. Scopro che a Torino si paga anche per l’aria che non c’è, che va a vantaggio soltanto di Mondadori, Rizzoli e Feltrinelli.

Allora mi rendo conto che resto seduto a far finta di non vedere quelli che si avvicinano, a far finta di non sbirciare cosa comprano e a far finta di non pensare che gli altri vendono più di me.

La cosa mi disturba, perché i ragazzi che scrivono per la Voras sono davvero degli amici.

Allora mi alzo e vado un po’ in giro.

Spero nella gente.

Ma quella, appena la riconosco, mi delude.

Tutti assaltano gli stand delle tre sorelle (che sono sempre Mondadori, Rizzoli e Feltrinelli) per comperare libri che possono trovare sotto casa loro, o nei supermercati, per giunta scontati e senza pagare ottoeuriotto per entrare in fiera.

E capisco subito che per i piccoli editori non c’è scampo, che qualcuno impone qualcosa e chi si aggira come zombie per gli stand merita quel che gli viene concesso, una specie di parodia dell’Italia di oggi.

Dunque, cosa rimane?

La vanità, scrittori piccoli e ridicoli che fanno un gran cinema per tentare di vendere il loro libro e tanti sogni.

Io mi sento uno scrittore, non mi sento piccolo ma un orgoglio, è inevitabile, ce l’ho.

Così raccolgo quel che resta dei miei sogni, è domenica quando lo faccio, li ripongo in valigia e me ne torno a casa, sicuro di non andare mai più al salone del libro di Torino, a meno che qualcuno non mi chiami come ospite, spese pagate, noia e fastidio compresi.

Poi però mi ricordo di Montanelli, e capisco che, davvero, i sogni muoiono all’alba.

SONO ANDATO A
LETTO CON KINDLE

L’altra sera mi sono deciso: sono andato a letto con Kindle.

L’avevo comprato quasi un anno fa, un Kindle DX, quello più grande, quello che contiene una pagina intera di libro, una pagina grande, quello che si può collegare direttamente con il database dell’Amazon e scaricare (non gratuitamente) un sacco di libri in formato digitale.

E ci puoi mettere anche i tuoi, in formato .doc o .pdf.

E ce ne stanno delle migliaia.

Però sono sincero: dubitavo che funzionasse anche a letto, nell’ora più dolce per i lettori, quella che precede il sonno. Avevo paura che l’aggeggio non funzionasse bene, che il cambiare pagina fosse complicato e stancante, che pesasse troppo per tenerlo in mano, che la pagina si vedesse poco, e via dicendo…

Invece, ve lo dico sinceramente: è fantastico, meglio molto meglio di un libro.

Intanto è più leggero, pesa 522 grammi, meno dell’edizione in brossura del Codice Da Vinci; la lettura è facile e perfetta, non è uno schermo di computer, ma un vero foglio di carta elettronica, una serie di piccolissime sfere che girando mostrano la faccia nera o la faccia bianca e compongono il testo, niente sfarfallii, niente affaticamento degli occhi.

Ho cominciato con un romanzo di Jeffery Deaver, in inglese, The Broken Window, e il risultato è stato a dir poco esaltante. Quel dannato di Deaver utilizza spesso parole strane, ma ecco il bello, basta spostare il cursore a destra della parola incomprensibile e sotto si apre una finestra con il vocabolario aperto su quella voce. Se vuoi premi un tasto e il vocabolario è a tutta pagina, pronto da sfogliare; back e torni al romanzo senza perdere il segno. Se vuoi spegnere la luce, per lasciar dormire il tuo partner, puoi continuare a leggere con la stessa lampada che usavi per il libro di carta.

Poi se ti stanchi di Deaver: home, scegli un altro libro e quello ti si apre esattamente dove l’avevi lasciato l’ultima volta.

Se fai un viaggio, non stare a scegliere i quattro libri che stanno nella valigia già piena, portateli dietro tutti, tutti dentro al Kindle.

Lo so già, adesso molti di voi mi diranno che non riuscirebbero a rinunciare al libro tradizionale, al profumo (profumo?) della carta, io invece credo che se li trovo in digitale i libri cartacei li lascerò a voi, inguaribili reazionari, con la testa sempre immersa nel passato.

Ettore Bianciardi

LA TERZA VIA

Innanzi tutto complimenti al blog ed alla “sostanza” dei suoi contenuti. Mi chiamo Francesco, scrittore per passione, che anche se fermo da ormai 3 lunghi anni, non ha mai smesso di leggere ed interessarsi di scrittura e di tutto quello che le ruota intorno. Anni fa, scrivevo molto, vincevo parecchi premi letterari e la mia scrittura era molto apprezzata. Ho sempre portato avanti l’idea di non pubblicare mai a pagamento, sia perchè convinto della validità dei miei scritti, sia per l’impossibilità di investire in quel momento certe cifre. Per il Filo fui tentato di pubblicare, non lo nascondo, ma persi il treno e non so se a questo punto fu un bene o un male. Oggi mi ritrovo con un bel pò di manoscritti nel cassetto, vorrei rimettermi in gioco, provare quantomeno a “far ripartire la macchina”, ma purtroppo sono sempre più convinto che scrivere resterà sempre una questione tra me e tra il mio desiderio di esternare.

Francesco

 

Caro Francesco, la situazione nella quale ti trovi, il tuo stato d’animo, sono quellidi tante altre persone, scrittori esordienti, diciamo così, contesi tra il disinterese delle case editrici “normali” e la cupidigia delle case editrici a pagamento.

Esiste un’altra via?
Sì esiste, e si chiama AUTOPRODUZIONE.

Si tratta di questo: tu prendi il tuo libro, te lo impagini, e consegni il file ad uno stampatore, che te ne stampa un numero limitato di copie, diciamo 100, ad un costo piuttosto basso, diciamo tre euro, tre euro e mezzo a copia.

Poi prendi queste cento copie e cominci a promuoverle come meglio puoi: con il passaparola, con internet, con presentazioni.

Terminate le prime copie ne fai stampare ancora e le vendi con lo stesso sistema.

Funziona credimi: ci sonoscrittori che lo stanno facendo e ottengono ottimi risultati. Presto li faremo parlare.

Tra poco  uscirà un manuale, scritto da noi, che insegna a chiunque abbia un computer ed una connessione ad internet ad impaginare il proprio libro.

Credimi : è questa la strada giusta

Ettore Bianciardi

GARIBALDI
E LA LEGA

 

 La notte tra il 5 e il 6 Maggio di centocinquant’anni fa Giuseppe Garibaldi partì dallo scoglio di Quarto per liberare l’Italia meridionale dai Borboni. Erano con lui 1100 ragazzi pronti a menar le mani, ed anche a morire, per la libertà, almeno così pensavano loro, di popoli che non conoscevano neppure.

Paolo Rumiz racconta su Repubblica di aver ripetuto il viaggio di questi garibaldini da Bergamo, dove risiedeva la maggioranza di essi a Genova, luogo dell’imbarco.

Ma la pianura padana, che attraversa nei profumi di maggio è molto diversa da quella di un secolo e mezzo fa. Allora era piena di camicie rosse, ora trabocca di camicie verdi.

Che cosa è successo? Se lo chiede Rumiz, se lo chiede l’Italia tutta.

«Garibaldi assassino e ladro di cavalli, noi non celebreremo l’Unità d’Italia» tuonano i leghisti.

Che cosa è successo in questi centocinquant’anni?

Niente. O quasi, solo quel poco di cambiamento dovuto al passare del tempo, delle mode, degli ideali, del mutare delle passioni; ma gli uomini, i lombardi, i bergamaschi sono rimasti uguali, belli o brutti, buoni o cattivi, non so, ma sono ancora gli stessi. La camicia ha cambiato colore, ma tutto il resto è uguale.

I garibaldini oggi farebbero i leghisti.

Lo so, qualcuno, molti, si ribelleranno all’idea e mi daranno del provocatore, per averlo solo pensato, ma credetemi: è così.

Con chi se la prendevano i Garibaldini? Con le tirannie del loro tempo, massimamente con l’Austria e i governi a questa collegati. Con chi se la prende oggi la Lega? Con la tirannia del nostro tempo che, secondo loro, è il governo di Roma con le sue tasse.

Cosa volevano i Garibaldini? Comandare loro, a modo loro. Cosa vogliono oggi i Leghisti? La stessa cosa.

Come si comportavano i Garibaldini? Da spacconi, ostentando le loro camicie rosse, usando modi sgarbati e offensivi, disertando allegramente dall’esercito piemontese o austriaco e unendosi a Garibaldi. Cosa fanno i Leghisti di oggi? Spacconi, ostentano camicie verdi, offendendo e provocando, invitano alla diserzione almeno fiscale, che è quel che più conta, oggi.

Come finirono i Garibaldini? Nessuno morì di fame, i meno fortunati raggiunsero il grado di colonnello nell’esercito italiano, i più fortunati furono ministri in un governo peggiore di quelli che avevano combattuto.

E i Leghisti? Sono già tutti ministri o quasi.

E la gente? Applaudiva in massa al passaggio dei Garibaldini, applaude adesso (e vota!) la Lega.

Ed allora: è cambiato molto?

Certo, mi si dirà, quelli avevano però degli ideali di libertà e di nazione italiana, questi no.

Questi, almeno a sentir loro, hanno altrettanti ideali di libertà (economica e fiscale soprattutto, lo so, ma non sono stati loro a ridurre il pianeta ad un puro fatto economico) e di nazione, padana stavolta, sì lo so, è irreale , ma forse più irreale di quella italiana di allora (e di oggi)?

E allora cari Leghisti, perché non mettete Garibaldi tra i vostri eroi?

Guardate lo hanno già fatto i Fascisti, i Partigiani, i Comunisti, i Socialisti, i Repubblicani, i Democristiani e tutti i Governi della nostra Repubblica.

E questo non ha certo favorito la conoscenza della sua Impresa, che rimane qualcosa di veramente incredibile e straordinario e la figura di Garibaldi generale è dieci volte più grande di tutti i generali della sua epoca, e non solo, altro che il Che!

Ma bisogna conoscerlo, e conoscerlo bene.

 

E noi per farlo conoscere, abbiamo ripubblicato la storia più bella e più fedele della spedizione, quella di Giuseppe Bandi, disertore dall’esercito piemontese, ufficiale d’ordinanza di Garibaldi, ferito a Calatafimi, in seguito maggiore dell’esercito piemontese, editore e padrone di giornali, difensore strenuo della libertà dei popoli, assassinato a Livorno da un anarchico convinto invece del contrario.

Così è la vita, e la storia. Non c’è molto da fare più che studiarla.

 

Un piccolo contributo lo diamo anche noi, celebrando Garibaldi e i suoi ragazzi, e offrendo a tutti, gratuitamente il libro del Bandi, da oggi scaricabile gratuitamente sul nostro sito.

Chi vuole la copia cartacea, non ha che da cercarsela in libreria a 16 euro, oppure la chieda a noi, con sconto speciale, 10 euro compresa la spedizione a casa sua.

 

Viva Garibaldi!!!

Ettore Bianciardi